Accordo transpacifico: una buona notizia per Giappone e Paesi Asean

di Laurent Clavel, Research & Investment Strategy, Axa Im

Lo scorso 4 ottobre, i ministri dei 12 paesi che aderiscono all’accordo di libero scambio transpacifico (TPP), ovvero Australia, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti, Sultanato del Brunei e Vietnam, hanno annunciato la conclusione dei negoziati sul trattato.

L’accordo transpacifico elimina oppure riduce dazi e barriere doganali per gli scambi che riguardano la maggior parte di beni e servizi, ad eccezione di alcuni settori sensibili (per esempio, l’industria automobilistica dove le barriere saranno ridotte gradualmente nei prossimi 25-30 anni). Introduce inoltre standard lavorativi e ambientali. Come esempio, la riduzione dei dazi sull’agricoltura in Giappone dovrebbe favorire il settore agricolo statunitense. È interessante notare che il libero trasferimento di fondi resta esplicitamente soggetto ad eccezioni, per consentire ai governi di gestire flussi di capitale volatili in caso di crisi o minacce alla bilancia dei pagamenti.

L’impatto economico dell’accordo probabilmente sarà visto gradualmente: non è ancora stato ratificato da tutti i paesi coinvolti (Stati Uniti in primis) e la sua applicazione avverrà progressivamente e per gradi. Secondo una stima ex-ante (Petri et al., 2011) basata su un modello computazionale di equilibrio economico generale (CGE) che parte da ipotesi abbastanza prudenti (in particolare che l’applicazione dell’accordo transpacifico produrrà risultati assai lontani dalla completa eliminazione delle barriere commerciali bilaterali), entro il 2020 il PIL mondiale salirà di 0,1 punto; saranno il Giappone (+0,5) e i paesi ASEAN (Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico) (+3,8 punti) a beneficiarne di più, mentre la Cina e le altre economie che non fanno parte dell’ASEAN perderanno di più. Ma questi dati sono calcolati ipotizzando che non cambi null’altro nel tempo, mentre sono in corso di negoziazione altre iniziative, soprattutto la Regional Comprehensive Economic Partnership, l’accordo regionale tra i paesi ASEAN e altri sei compresa la Cina, e la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), l’accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti tra Stati Uniti ed Unione Europea.

Intenzione dell’accordo transpacifico è di creare una piattaforma di integrazione economica regionale, includendo altre economie nella regione dell’Asia Pacifica. In particolare, India, Corea, Taiwan e la maggior parte degli altri paesi ASEAN (Indonesia, Filippine, Tailandia, Laos) hanno espresso interesse a partecipare. L’eventuale impatto economico negativo del TPP sulle economie che non aderiranno, in particolare quelle con stretti legami coi paesi che sottoscriveranno l’accordo (-0,15 punti del PIL per i paesi ASEAN non partecipanti entro il 2020), certamente è un incentivo ad ampliare l’intesa. La Cina, al primo posto per scambi commerciali al mondo, non può permettersi di restarne fuori, ma con questo accordo transpacifico gli Stati Uniti mantengono un ruolo di leadership nella definizione delle regole per gli scambi globali.

Infine, l’effetto positivo del TPP genererà un guadagno netto globale a livello di scambi commerciali ed un miglioramento della produttività indotto dalla maggiore concorrenza, ma l’impatto sarà diverso per settori e società. Sulla base della teoria di Ricardo, il TPP dovrebbe spingere a una maggiore specializzazione dei singoli paesi. La teoria suggerisce in genere di mettere in atto delle misure affinché l’effetto benefico derivante dalla maggiore apertura degli scambi commerciali venga condiviso, ma questo non è sempre possibile nel mondo reale.

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