“Acquistare a buon mercato costa caro”. L’analisi di Robeco

A cura di Jack Neele, Portfolio Manager del Robeco Global Consumer Trends Equities di Robeco

Le azioni di società con pratiche di sostenibilità che danno luogo a un vantaggio competitivo, una forza del marchio universalmente riconosciuta ed elevate prospettive di crescita, vengono premiate con un rapporto prezzo/utili sopra la media. È del tutto logico, quindi, che i clienti vogliano indagare sulle valutazioni elevate. Per prima cosa, va citato il famoso value effect. Si tratta del principio secondo cui, nel lungo periodo, i titoli value – adeguati per il rischio – generano rendimenti migliori rispetto alle loro controparti growth. A questo tema sono state dedicate ricerche empiriche su orizzonti temporali di lungo periodo e l’effetto è stato osservato sia nei mercati sviluppati che in quelli emergenti. Di conseguenza, se gli investitori vogliono nuotare controcorrente, devono avere dei buoni motivi per farlo.

Inoltre, come è comprensibile, sono pochi gli investitori che dicono ai propri clienti di avere in portafoglio i titoli più costosi del mercato. Acquistare titoli convenienti è considerato un segno di prudenza e diligenza. Tuttavia, osservando gli ultimi dieci anni, sembra ci sia stato un cambiamento strutturale dalla crisi finanziaria. I titoli più economici hanno registrato performance molto inferiori, nettamente in ritardo rispetto ai titoli growth.

Tuttavia, detenere in portafoglio titoli costosi è spesso ritenuto speculativo o incauto. Questo perché, nel mondo della finanza, il termine “costoso” è spesso ritenuto sinonimo di “sopravvalutato”, nonostante tra i due esista una differenza significativa. Negli ultimi dieci anni, per esempio, molti investitori hanno scartato le azioni di Amazon semplicemente perché ritenute “troppo costose”. Peccato, però, che nello stesso periodo il titolo abbia guadagnato più del 2000% Anche se dieci anni fa poteva essere troppo costoso, con il senno di poi di sicuro non era sopravvalutato.

Lo stesso discorso vale per aggettivi come “conveniente” e “sottovalutato”. Titoli con un rapporto prezzo/utili e prezzo/valore contabile basso oppure con dividend yield elevato sono ritenuti convenienti, ma ciò non significa che siano sottovalutati. Per decenni le società del settore petrolifero e del gas, delle comunicazioni, dell’industria automobilistica, delle banche e delle materie prime hanno fatto parte di questa categoria. Ma spesso sono stati proprio i loro titoli a deludere rispetto al mercato nel suo complesso. Convenienti, sì. Sottovalutati, no.

Perché i rendimenti dei titoli growth resteranno sopra la media

Chi investe nei trend guarda soprattutto allo sviluppo di un’azienda in termini di fondamentali. Ovviamente la valutazione è importante, ma non è il primo aspetto che si prende in considerazione. Nel lungo termine, le società di alta qualità e con buone prospettive di crescita meritano un premio di valutazione rispetto ai concorrenti meno ben posizionati. Si possono delucidare diversi motivi per credere che questo premio continuerà a valere anche in futuro.

Innanzitutto, i tassi di interesse sono ai minimi storici. I rendimenti di lungo termine sul mercato obbligazionario sono in calo da anni, a riprova di un certo pessimismo degli investitori riguardo la crescita economica futura. Si tratta di un contesto positivo per i titoli growth, che hanno dimostrato di poter garantire una crescita sia dei ricavi che degli utili in circostanze economiche sfavorevoli. Per il momento, ci sono poche ragioni per ritenere una ripresa della crescita economica globale nel breve termine.

In secondo luogo, la tecnologia gioca un ruolo chiave. Il passaggio al digitale sta avvenendo a una velocità incredibile, ragion per cui i settori tradizionali come l’energia, le materie prime e le banche si sono trasformati in titoli strutturalmente perdenti. Gli investitori, quindi, sono costretti a spostarsi verso alternative in più rapida crescita. È evidente che l’economia, un tempo basata sulla produzione, si stia orientando sempre più verso la tecnologia.

Negli ultimi 30 anni i settori tradizionali hanno perso rilevanza. Non c’è quindi da stupirsi se le società che vi appartengono hanno sottoperformato rispetto al resto del mercato. Gli investitori sono migliorati molto nello stimare il valore delle attività immateriali nelle valutazioni delle società. In precedenza, l’attenzione degli investitori si concentrava soprattutto sul valore contabile, che comprendeva tra l’altro il valore di stabilimenti, di immobili commerciali e di macchinari. Questi rappresentavano la maggior parte del valore totale di una società.

Al giorno d’oggi, gli asset più preziosi sono i beni immateriali, tra cui la forza del brand, software, brevetti o altre forme di proprietà intellettuale. Essi distinguono le società dalla concorrenza nella lotta per la conquista di clientela, profitti e utili.

Senza un’inaspettata accelerazione della crescita o una recessione, ci si aspetta i rendimenti dei titoli growth rimangano superiori alla media. Quindi, anche negli anni a venire, acquistare a prezzi convenienti potrebbe rivelarsi un’attività costosa.

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