Azionario, che cosa aspettarsi nella seconda metà del 2020

A cura di Alessandro Tentori, Cio di Axa IM Italia

La prima metà di quest’anno – che sicuramente verrà ricordato nei libri di storia – ha visto una dinamica azionaria che ricorda molto le montagne russe: l’indice Msci World ha toccato i minimi il 22 marzo (con un -32,1% da inizio anno), per poi risalire prepotentemente del 29%. In quest’articolo vorrei ragionare sui driver per la seconda metà dell’anno.

I dati a disposizione evidenziano una contrazione congiunturale significativa in tutti i continenti, dettata sia dalla cronologia della pandemia sia dall’intensità e dal timing delle politiche di lockdown. La mediana degli analisti suggerisce una crescita mondiale del -3% nel 2020 e un rimbalzo di 4.5% nel 2021. Un’analisi più granulare evidenzia una contrazione trimestrale dell’economia statunitense del 34% (annualizzato) nel secondo trimestre del 2020, seguita da un rimbalzo a “V” nella seconda metà dell’anno.

Abbiamo parlato di scenari a “V” e a “U” in passato. I mercati azionari già prezzano in parte questa dinamica, molto probabilmente consci del fatto che anche un breve ritardo nella ripresa potrebbe avere delle conseguenze devastanti per le aspettative sugli utili.

Non sottovaluterei il posizionamento degli investitori. Nell’estate del 2008, le posizioni speculative sul future mini-S&P 500 erano già “corte” e i trader hanno sfruttato la forte correzione dell’indice per ricomprare, portando così il posizionamento ai massimi storici. Situazione molto diversa nel 2020, dove la forte correzione nelle prime tre settimane di marzo non è stata accompagnata da un ribilanciamento delle posizioni speculative. Anzi, l’analisi dei dati Cftc dimostra che il posizionamento è cambiato solo a inizio aprile e che i trader hanno venduto solo durante la seconda fase del rally (dopo che l’indice era già salito del 19%).

Attualmente il posizionamento sembra essere vicino ai minimi storici. Questa analisi è corroborata da un’impressione che mi sono fatto ascoltando le view dei nostri investitori, nonché leggendo i vari report di Wall Street. Dal punto di vista del trading, quando le allocation tattiche sono corte o chiamiamole “caute”, allora è molto difficile che il mercato possa scendere. Inoltre, più il mercato sale, più è probabile che i portafogli d’investimento siano forzati a comprare.

Non può mancare un commento sulle banche centrali. L’ampliamento del bilancio della Federal Reserve sta assumendo proporzioni titaniche. Da inizio anno, la Fed ha incrementato le attività di 2870 miliardi di dollari. Rispetto ai livelli di solo sei mesi fa si tratta di un balzo di circa 80%. La Bce segue a ruota sia con strumenti non-convenzionali “standard” che con il Pepp. È ovvio che questa enorme ondata di liquidità va a supporto dei mercati.
1. Assorbe il disavanzo tra domanda e offerta di obbligazioni (che vengono emesse a valanga per assorbire il contraccolpo della recessione),
2. Mantiene i tassi di interesse a livelli storicamente bassi, in modo da ridurre i costi di finanziamento e stimolare nuovi investimenti.

Tirando le somme, mi pare che i fattori positivi facciano da solido contraltare al rischio latente di una “seconda ondata di Covid-19”, che gli esperti continuano a mettere in evidenza. In particolare e con i dovuti scongiuri, nel caso di una ripartenza congiunturale “senza intoppi”, l’enorme massa di liquidità potrebbe addirittura sollevare gli indici azionari verso nuovi massimi. Non che il Nasdaq sia molto lontano dai livelli raggiunti il 19 febbraio, ma questa è un’altra storia.

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