Brexit, restano tre possibili soluzioni per l'epilogo

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Di Olivier De Berranger, Chief Investment Officer di La Financière de l’Echiquier

Colpo di scena? Non proprio! Lunedì scorso, poco prima che il Parlamento britannico votasse la bozza di accordo sulla Brexit, la Premier Theresa May rimandava il voto all’inizio del 2019. E’ pur vero che non aveva altra scelta, anche se si è giustificata dichiarando di voler rinegoziare nuovamente il testo a Bruxelles. In effetti, Il rifiuto dell’accordo era praticamente inevitabile alla luce del clima di generale sfiducia che attanaglia il suo partito.
Tanto più che T. May si è trovata a dover affrontare il voto di sfiducia dei deputati del suo stesso partito il cui esito poi è stato migliore del previsto. Infatti, i deputati che le avevano manifestato palese ostilità erano 117 mentre ne servivano 159 per destituirla. La May ne esce quindi in parte rafforzata anche perché i membri del suo stesso partito devono ora attendere ben 12 mesi prima di poter presentare un’altra mozione di sfiducia. Tuttavia, rimane in balìa di un voto di fiducia che potrebbero richiedere i suoi oppositori del partito laburista. Anche questa ipotesi appare alquanto improbabile visti i dissensi interni all’opposizione.
Questa vittoria non significa però che la strada sia in discesa per Theresa May nell’iter di approvazione della bozza di accordo con l’Unione Europea da parte del Parlamento britannico. In effetti, il suo incontro il giorno successivo (giovedì scorso) con i suoi omologhi europei ha preso una brutta piega. Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha riassunto la situazione in modo sarcastico: “A volte non riesco a comprendere la mia psicologia. Mi riesce però ancora più difficile capire gli stati d’animo dei deputati britannici”. Theresa May si era recata a Bruxelles per ottenere ulteriori “rassicurazioni”. Avrebbe tra l’altro chiesto che il backstop ( duri un solo anno, richiesta rimandata al mittente dai leader europei.
Peggio ancora: mentre i suoi interlocutori le chiedevano come ipotizzava il futuro dei rapporti tra il Regno Unito e l’Unione Europea, la signora May rispondeva in modo tutt’altro che chiaro. Non c’è di che stupirsi visto che ha assicurato, per ottenere un numero maggiore di sostenitori durante il voto di fiducia, che avrebbe lasciato la direzione del suo partito prima delle elezioni legislative del 2022! Questa sua affermazione ben dimostra il marasma politico imperante nel Regno Unito, che esaspera l’Unione Europea.
“I nostri amici britannici devono dire ciò che vogliono invece di farci dire ciò che vogliamo noi”, ha aggiunto un Juncker indispettito.
Restano ormai tre possibili soluzioni: una proroga dell’articolo 50 (periodo di negoziazione pre-Brexit), un accordo bipartisan sul progetto attuale o un secondo referendum. La minaccia di un secondo referendum, al quale i deputati euroscettici conservatori sono fermamente opposti, potrebbe essere una buona leva che Theresa May potrebbe attivare in modo da forzare un accordo. Tuttavia, l’incertezza è totale e il rischio per i mercati molto alto.
* Il backstop prevede, durante un periodo transitorio e in assenza di un altro accordo, di continuare ad applicare le regole del mercato unico europeo al Regno Unito, in particolare per evitare il ripristino di una frontiera fisica tra le due Irlande.