Cina e commodity fanno crescere il risk off. Ma le trimestrali sono incoraggianti

a cura di Banca Intermobiliare

In attesa degli appuntamenti della settimana in corso (oggi si conclude il FOMC, mentre giovedì esce il dato sul PIL americano del 2Q), proviamo a esaminare l’andamento delle aziende essendo ormai entrata nel vivo la reporting season, la stagione delle trimestrali. Un’analisi bottom-up finalizzata a trovare dei punti di riferimento alternativi all’approccio macro in questa fase caratterizzata da qualche “fiammata” di avversione al rischio in scia al nervosismo che ha investito la Cina ed il comparto delle commodities.

Negli Stati Uniti, dove hanno ormai riportato quasi la metà delle società, le statistiche iniziano ad essere significative:
il 75% delle aziende ha superato le aspettative sugli utili, con una earning surprise media di circa il 5%, anche se la percentuale di superamento delle stime scende in misura considerevole (intorno al 50%) se si prendono a riferimento i ricavi;
la crescita degli utili rispetto al medesimo periodo dell’anno scorso si colloca intorno al 4,5%, con il maggior contributo fornito dal settore dei consumi discrezionali, dalle banche e dal comparto farmaceutico.

Il buon andamento della reporting season è comunque stato ancora una volta aiutato dalla revisione al ribasso delle aspettative: non è un caso che, nonostante la prevalenza di sorprese positive sul quarter appena concluso, dallo scorso 1° luglio le stime sul 3Q abbiano registrato una revisione al ribasso di circa un punto percentuale, aggiustamento che è stato guidato dai settori industriale, energy, materials e high-tech.

In Europa la reporting season si trova in una fase meno avanzata e, di conseguenza, con statistiche meno significative.
Si può comunque evidenziare come oltre il 60% delle società ha sinora battute le attese sia in termini di utili che a livello di ricavi. Le buone indicazioni che giungono dal mondo aziendale europeo acquistano particolare valenza se si considera che le aspettative erano state alzate negli ultimi mesi.

Lo scenario micro sembra in linea di massima confermare quanto già emerso sul fronte macro, con condizioni ancora positive per l’azionario, ma con un momentum più favorevole per l’Europa, che in questa fase si caratterizza per una maggiore crescita, spazio di miglioramento reddituale e valutazioni più attraenti.

Andando a comparare gli utili correnti con quelli di picco registrati nel 2007/2008 emerge che le società americane si collocano al di sopra del 28% a fronte di un livello quasi invariato per la Germania, mentre nel caso di Italia, Spagna e Francia gli utili sono ancora inferiori al picco rispettivamente del 61%, 44% e 28%.

Questi dati devono tenere in considerazione molteplici aspetti, dalla composizione delle Borse (ad esempio, quella italiana è sicuramente influenzata dal forte calo di redditività del comparto finanziario) alla perdita/guadagno di competitività del sistema paese, ma hanno comunque una valenza indicativa e fanno intuire lo spazio di recupero esistente nel caso si concretizzassero le aspettative di miglioramento dell’economia europea.

D’altra parte, il mondo societario americano è sicuramente in salute, ma in questa fase sembra avere lo spazio di rivalutazione limitato dalle valutazioni e dal tasso di crescita degli utili, che deve fare i conti con i margini sui massimi storici.
Ovviamente in tutte queste considerazioni gioca un ruolo tutt’altro che secondario il cambio e sino a quando l’EuroDollaro si mantiene al di sotto dell’area 1.15-1.20 gli esportatori europei godono di un importante supporto.

Tornando allo scenario macro ed in particolare alle due questioni che negli ultimi giorni hanno contribuito a portare del nervosismo sui mercati finanziari, riteniamo opportuno evidenziare che:

– è difficile avere punti di riferimento sulla Borsa cinese e, pertanto, il suo andamento può creare della volatilità di breve termine, ma non dovrebbe avere la capacità di contagio per creare i rischi di una crisi finanziaria, anche perché il crollo ha riguardato soprattutto il mercato domestico di Shanghai, mentre su Hong Kong la volatilità, pur elevata, è risultata meno estrema; con riferimento agli impatti sull’economia reale, aspetto sicuramente più delicato per gli effetti sull’economia globale da un lato va evidenziato che in termini di wealth effect solo una modesta parte del patrimoni dei cinesi è allocato in Borsa e comunque sui livelli attuali le quotazioni fanno ancora segnare un +50% dall’inizio dell’anno, dall’altro le authority cinesi mantengono una elevata capacità di intervento a livello di policy;

– la prolungata debolezza del comparto delle commodities è sicuramente anche conseguenza del rallentamento cinese e costituisce, anche per l’esperienza passata, un fattore di warning per le prospettive dell’economia mondiale, ma non va dimenticato che si tratta soprattutto di uno squilibrio da eccesso di offerta piuttosto che da debolezza della domanda e che il calo dei prezzi ha anche implicazioni positive per il potere di acquisto dei consumatori e per la sostenibilità delle politiche monetarie espansive.