Cina e Stati Uniti principale fonte di rischio per gli investimenti, ma non i più esposti

Usa Cina

Negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008-2009, una grande quantità di capitale si è spostata verso la relativa sicurezza offerta dal dollaro Usa e dai mercati statunitensi. In tempi più recenti, l’aumento dei tassi di interesse e dei rendimenti dei Treasury hanno mantenuto vivi quei flussi, nonostante la forza del dollaro e il perdurare del deficit gemello.

Secondo Brad Tank, Chief Investment Officer Fixed Income di Neuberger Berman, prima o poi la convergenza della crescita globale e dei tassi di interesse, nonché la semplice legge di gravità, dovrebbero determinare un’inversione di quei flussi: perlomeno è ciò che da qualche tempo ci dicono i previsori. Ma uno sguardo ai flussi del 2019 ci fa capire che questo non sta accadendo.

Lo dimostrano – nota l’esperto – gli eventi che hanno caratterizzato i mercati ad agosto. I Treasury hanno registrato il mese migliore dal 2008 a questa parte. In ambito azionario, è stato confermato il primato dell’indice S&P 500 sugli altri indici principali prima dell’arrivo della volatilità. Nonostante venga periodicamente bombardato dalle ultime voci e notizie sulla controversia commerciale tra Cina e Stati Uniti, questo indice attualmente si trova ad appena 1,7 punti percentuali dal picco di luglio, in netto contrasto con l’indice MSCI Emerging Markets, arretrato di 8,5 punti percentuali rispetto al massimo toccato nel corso dell’anno.

Autosufficienza

Gli Stati Uniti continuano ad attrarre capitali, pur trovandosi al centro del più forte rischio per gli investimenti di quest’anno: la guerra commerciale con la Cina. Ci troviamo – spiega Tank – di fronte a un classico caso di danno collaterale. Stati Uniti e Cina sono probabilmente la principale fonte di rischio, ma non i più esposti.

Entrambi i Paesi sono abbastanza grandi, in termini di estensione geografica e base di consumatori, da poter essere autosufficienti. La Cina ha dichiarato di essere pronta ad affrontare difficoltà nel breve termine pur di realizzare i propri obiettivi nel lungo termine. Quanto agli Stati Uniti, sebbene non immuni ai dazi e alle incertezze commerciali, come hanno evidenziato la settimana scorsa l’aumento del disavanzo commerciale e il passaggio del settore manifatturiero nella fascia di contrazione, in linea con la flessione globale, le dimensioni del Paese e la sua quasi totale autarchia limitano l’impatto di simili fattori.

Al contrario, osserva Tank, il danno viene avvertito nelle economie di medie dimensioni che si basano sulle esportazioni del settore manifatturiero. Ci riferiamo all’Europa e in particolare alla Germania, che negli ultimi vent’anni ne ha trainato la crescita, nonché al mondo emergente.

Viene avvertito anche dalle multinazionali del settore manifatturiero che operano nei Paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo. Indubbiamente, sono in molti a ritenere che il mondo sia ormai cambiato in modo irreversibile. Un aspetto che ha accomunato molti commenti sugli utili del secondo trimestre è stato l’accento posto dal management di diverse società sulla loro minore dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi. Ralph Lauren, ad esempio, nel recente commento sugli utili ha dichiarato di aver ridotto l’utilizzo di prodotti fabbricati in Cina dal 33% dell’ultimo esercizio fiscale a meno del 25% a luglio 2019. Un tale cambiamento ha comportato dei costi: la compressione dei margini e la stagnazione delle vendite hanno determinato un ribasso del 29% nel titolo azionario della società, dopo il picco raggiunto nella prima parte dell’anno.

Una cura peggiore della malattia

Nei primi mesi del 2019, i mercati emergenti hanno attraversato un breve rally, dovuto in buona parte alla svolta accomodante della Federal Reserve statunitense e alle aspettative di una svalutazione del dollaro.

Da allora, abbiamo appreso che questi mercati possono essere condizionati da fattori più influenti di una Fed accomodante. Nel Medio Oriente e in Russia, uno di questi fattori è stato il calo del prezzo del petrolio sotto i 60 dollari al barile. In America Latina, sono state le difficoltà politiche dei nuovi regimi che si sono insediati in importanti Paesi. In Asia, è stata la guerra commerciale e la Corea del Sud è l’esempio più lampante di Paese manifatturiero di medie dimensioni che ne ha dovuto sostenere l’urto: la settimana scorsa, l’inflazione complessiva è scesa quasi a zero e il Pil del secondo trimestre ha rallentato.

Questo è un problema per gli investitori globali e nei mercati emergenti. La disputa commerciale tra Cina e Stati Uniti non pare destinata a risolversi. Può darsi che un accordo venga raggiunto e che i dazi vengano ridotti, ma i temi della sicurezza e della proprietà intellettuale restano aperti e una loro risoluzione potrebbe richiedere diversi anni.

Per di più, la cura di breve termine potrebbe sortire effetti peggiori della malattia. Considerato che i flussi stanno attualmente sostenendo il dollaro, la domanda è: quanto deve rallentare la crescita statunitense e quanto devono scendere i tassi Usa per invertire una simile tendenza? Altra domanda: una discesa a quei livelli sarebbe il segno di una recessione generalizzata capace di trasformare quei flussi a caccia di rendimenti in flussi verso beni rifugio?
In questo momento, un investitore deve essere coraggioso se vuole cercare valore tra i danni collaterali causati dalla view di consenso di un tracollo dei commerci globali.

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