Clima prenatalizio sui mercati finanziari

A cura di Ann-Katrin Petersen, Vice President, Global Economics & Strategy di Allianz Global Investors

Potrebbero cadere i primi fiocchi di neve in questo periodo di avvento, e anche sui mercati azionari globali domina l’atmosfera festosa che precede il Natale.

Tale clima è riconducibile non tanto ai fondamentali di mercato – anche se lo spettro di una recessione globale sembra essersi dissolto – quanto ai “regali” delle banche centrali sul fronte monetario e alla riduzione dei rischi geopolitici percepiti.

All’inizio della settimana il lieve miglioramento dell’indice Ifo sulla fiducia delle imprese ha rafforzato le speranze degli operatori di mercato circa un’inversione di tendenza dell’economia tedesca e una prossima fine delle revisioni al ribasso delle attese. Gli indici dei responsabili degli acquisti dell’Area euro evidenziavano una decisa tendenza rialzista in ambito manifatturiero che tuttavia è stata più che compensata dalla preoccupante flessione del Pmi dei servizi.

Per quanto riguarda la politica monetaria, l’ultimo inasprimento della Federal Reserve Usa risale a dicembre 2018 e da allora l’autorità monetaria ha tagliato il tasso di riferimento di 75 punti base in un target range dell’1,50-1,75%. Nell’Eurozona, in novembre la Banca Centrale Europea ha lanciato il secondo programma di acquisto di titoli (Qe) e ora si registra nuovamente un aumento costante della liquidità.

I negoziati tra Cina e Usa per la stesura di un accordo commerciale parziale (Accordo di fase 1) sono proseguiti. Malgrado i graduali progressi, tuttavia, importanti questioni strutturali sul fronte degli scambi (in primis la protezione dei copyright e la riduzione dei sussidi statali) restano irrisolte.

La settimana prossima

La prossima settimana i mercati dovrebbero ricevere nuovi impulsi, in particolare per quanto riguarda le prospettive economiche.

Il momentum dell’economia cinese evidenzia una significativa decelerazione anche a causa del conflitto commerciale con gli Usa. Al fine di proteggere l’economia interna (consumi, investimenti) a inizio anno le autorità di Pechino hanno abbassato le tasse del 2% circa del Prodotto interno lordo. In novembre l’indice dei responsabili degli acquisti per il settore privato di Caixin (lunedì, martedì) potrebbe lasciar presagire un ulteriore miglioramento del sentiment. Poiché rappresenta solo un terzo del settore industriale cinese, tuttavia, la sua rilevanza per l’economia nel complesso è limitata.

Nel medio periodo la questione non è tanto se l’economia cinese rallenterà o meno, ma in che modo avverrà tale rallentamento. L’obiettivo del governo locale è favorire una crescita più sostenibile da un punto di vista strutturale (maggiore orientamento ai consumi, minore dipendenza da investimenti ed export e limitazione dell’indebitamento societario).

Sinora i fattori negativi a livello globale hanno avuto un impatto sorprendentemente contenuto sull’economia Usa. Sostenuto dalla spesa al consumo, il Pil è cresciuto a un tasso annuo corrente del 2,1% nel terzo trimestre, in linea con la media dell’attuale ciclo economico. La temuta netta decelerazione sul mercato del lavoro non dovrebbe materializzarsi in novembre (venerdì) e ci aspettiamo che la fiducia dei consumatori (venerdì) si confermi solida.

In contrasto con l’indagine sulla fiducia dei consumatori condotta dal Conference Board, l’indice del sentiment dei consumatori dell’Università del Michigan ha evidenziato un miglioramento per il terzo mese consecutivo e si attesta ben al di sopra della media di lungo periodo. Pertanto, al momento non risultano necessari ulteriori interventi da parte della Fed.

L’Area euro non sembra potersi sottrarre alla debolezza economica, almeno per il momento. In Germania, la locomotiva dell’unione monetaria, i dati su nuovi ordinativi industriali (giovedì) e produzione industriale di ottobre (venerdì) potrebbero confermare la costante decelerazione dei settori orientati all’esportazione. Ci si chiede quanto a lungo la solida economia domestica – sostenuta dalla situazione positiva sul mercato del lavoro, dalla moderata crescita salariale e da condizioni di finanziamento interessanti – e il settore dei servizi, molto dipendente dalla domanda interna, riusciranno a mitigare il rallentamento a livello generalizzato. Un moderato aumento delle vendite al dettaglio nell’Eurozona (giovedì) – un importante indicatore dei consumi privati – non sorprenderebbe più di tanto.

Nel complesso, i dati macroeconomici non dovrebbero indicare una significativa inversione di tendenza dell’economia. Il contesto geopolitico si manterrà critico nei mesi a venire e potrebbe rovinare il clima festivo sul mercato azionario. L’attenzione si concentrerà sulle elezioni nel Regno Unito il 12 dicembre, fondamentali per determinare gli sviluppi futuri sul fronte della Brexit, nonché sulla politica commerciale Usa, in quanto il 15 dicembre è attesa l’imposizione di dazi su 160 miliardi circa di importazioni dalla Cina. Non si esclude che se i temuti dazi divenissero realtà le trattative sull’Accordo di fase 1 potrebbe saltare.

Quanto al reddito fisso, la persistente incertezza esercita pressioni ribassiste sui rendimenti obbligazionari. Tuttavia, in mancanza di nuove speculazioni circa un ulteriore allentamento monetario le probabilità di nuove flessioni appaiono limitate. In quest’ottica la recente impennata dei rendimenti può anche essere interpretata come una reazione alle precedenti attese esagerate circa il taglio dei tassi.

Malgrado nel periodo dell’avvento non siano attesi nuovi “regali” da parte delle banche centrali, nelle ultime settimane si è registrato un aumento delle speranze di un generoso pacchetto di misure fiscali. Tuttavia, come sappiamo sin da quando eravamo bambini, a Natale raramente tutti i nostri desideri si realizzano.

Le previsioni

Negli Stati Uniti il Presidente repubblicano Trump e i Democratici hanno concordato un significativo incremento del tetto per la spesa discrezionale. Per l’esercizio in corso, iniziato a ottobre, tale misura si tradurrà in una spesa aggiuntiva di 150 miliardi di dollari circa, pari allo 0,7% del Pil.

Nel Regno Unito sono attesi stimoli fiscali indipendentemente dall’esito delle elezioni. Nel caso in cui i Conservatori ottengano la maggioranza alla Camera dei Comuni, il deficit potrebbe salire al 3,0% del Pil nei prossimi anni (rispetto all’1,9% dello scorso anno). Qualora vincessero i Laburisti, sono auspicabili un aumento della spesa per investimenti e un deficit di bilancio ancor più elevati.

Nell’Area euro, gran parte degli Stati membri allenteranno le rispettive politiche fiscali nel 2020, in primis Germania, Paesi Bassi, Lussemburgo e Grecia. Nel complesso, in base alle bozze di bilancio, è atteso un deterioramento del saldo primario strutturale pari allo 0,4% circa del Pil che si tradurrebbe in stimoli alla crescita dello 0,25% circa.

Inoltre, Bruxelles potrebbe chiudere un occhio su eventuali scostamenti rispetto alle leggi di bilancio originali, per esempio in Francia e Italia. Una politica fiscale leggermente espansiva compenserà il rallentamento economico ma non deve essere confusa con un vero e proprio “bazooka fiscale”, specialmente ad un livello europeo coordinato.
In un contesto di mercato caratterizzato da numerose fonti di incertezza politica e da possibili delusioni sul fronte monetario e fiscale, a fronte di elevate attese di stimoli, occorrerà fare affidamento sull’abilità dei gestori attivi.

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