Coronavirus, gli impatti previsti sul Pil mondiale nel secondo trimestre

A cura di Nathan Sheets, Chief Economist di Pgim Fixed Income, gestore delegato di Pramerica Sgr

Il coronavirus ha colpito l’economia globale come un fulmine a ciel sereno. Le quarantene e il “distanziamento sociale” necessari per proteggere la salute pubblica hanno innescato un blocco dell’economia sul fronte della produzione e un arresto della spesa lato domanda, generando un’incertezza tale che non ci consente di prevedere in maniera plausibile quanto dureranno queste perturbazioni.

Le banche centrali di tutto il mondo hanno risposto con azioni aggressive per garantire liquidità ai mercati e sostenere le proprie economie. In molti Paesi sono in corso di attuazione anche importanti stimoli fiscali. Se è vero che questi sforzi contribuiranno ad attutire gli effetti del virus, è certo che le prospettive di crescita dipenderanno in ultima analisi dalla velocità di contenimento del virus. Un’emergenza di lunga durata causerà, tra l’altro, una ripresa più lenta una volta che il virus si sarà placato.

L’esperienza della Cina nel corso del primo trimestre offre alcune idee sul possibile impatto che il virus avrà sull’attività economica nel resto del mondo. La produzione industriale cinese e le vendite al dettaglio sono crollate con l’imposizione delle quarantene e, nel complesso, indicano una forte contrazione dell’attività economica nel corso del trimestre. Analogamente ad altri indicatori, le prime stime degli indici Pmi, ossia gli indici compositi dell’attività manifatturiera, di Stati Uniti, Area Euro e Giappone indicano importanti cali nel mese di marzo, e – parimenti – è diminuita anche la fiducia dei consumatori.

Altro segnale indicativo è l’aumento delle richieste di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti che da metà marzo sono arrivate a oltre 20 milioni, un numero mai visto neanche durante la crisi finanziaria globale. Di conseguenza, stimiamo che il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti salirà al 10%, e forse anche oltre, nei mesi a venire.

Parallelamente al coronavirus, l’economia globale si è trovata ad affrontare uno shock petrolifero di primo ordine, che ha fatto crollare i prezzi. La nostra sensazione è che i principali Paesi esportatori di petrolio, tra cui l’Arabia Saudita e la Russia, abbiano risorse sufficienti per resistere al calo, mentre stiamo monitorando da vicino Paesi come Colombia ed Ecuador (quest’ultima sembra ora indirizzata verso una ristrutturazione del debito).

Tutto ciò ci porta a ipotizzare una contrazione dell’economia globale sia nel primo che nel secondo trimestre. La contrazione del primo trimestre è stata principalmente determinata da un massiccio calo dell’attività cinese. Nel secondo trimestre, invece, mentre la Cina vedrà probabilmente una certa ripresa con il ritorno dei lavoratori alle proprie occupazioni, la crescita nelle altre parti del mondo subirà ancora forti ripercussioni a causa del virus. Nessun Paese ne sarà immune.

Usa

Per gli Stati Uniti, la crescita del Pil nel secondo trimestre sta assumendo contorni molto negativi. Diversi analisti stimano addirittura un calo del Pil compreso tra il -10% e il -40% (tasso annualizzato destagionalizzato), che sarebbe il più marcato del dopoguerra.

Le ultime mosse della Fed rappresentano un cambio di paradigma della sua intermediazione diretta del credito per l’economia statunitense e spostano i paletti del suo potenziale intervento in caso di crisi future. Finora, l’espansione del suo bilancio a 6mila miliardi di dollari è stata caratterizzata da un aumento di 1.800 miliardi di dollari in asset.

La Fed aveva un bilancio relativamente contenuto (circa il 20% del Pil) rispetto a quanto avveniva nel Regno Unito (poco più del 25%), nell’Area euro (circa il 37%), in Giappone (oltre il 100%) e in Svizzera (quasi il 125%). Pertanto, la Fed ha ritenuto di avere la capacità di agire: arrivare a un bilancio di circa 10mila miliardi di dollari entro la fine dell’anno rappresenterebbe circa il 50% del Pil.

Europa

Un calo simile si prospetta anche per l’Europa, dove molte delle principali economie sono state colpite dal virus e i numeri della crescita per il secondo trimestre potrebbero essere addirittura peggiori di quelli degli Usa.

Mercati emergenti

Anche la crescita nei mercati emergenti è in fase di rallentamento. Questi Paesi risentono, oltre che delle conseguenze legate alle misure per sconfiggere il virus, del calo della domanda globale e del crollo della propensione al rischio degli investitori. Inoltre, molti sono stati colpiti dal forte calo dei prezzi del petrolio. In questo scenario, sta iniziando a materializzarsi un’ondata di downgrade del credito.

Nel complesso, riteniamo che la crescita globale nel primo semestre del 2020 possa subire una contrazione più marcata rispetto ai tempi della crisi finanziaria globale, con numeri compresi tra il -5% e il -10% (tasso annualizzato destagionalizzato) abbastanza plausibili. Le nostre previsioni favoriscono una ripresa che si verificherà in un certo momento nella seconda metà dell’anno, in quanto la domanda repressa e gli stimoli monetari e fiscali alimenteranno un rimbalzo.

La questione chiave che determinerà le prospettive è tuttavia legata alla rapidità e alla forza che caratterizzeranno la ripresa. Se dovesse verificarsi in tempi relativamente rapidi e il calo nella prima metà dell’anno dovesse rimanere vicino al -5%, l’economia globale avrebbe la possibilità di arrivare al pareggio nell’intero anno. Tuttavia, se – come appare più probabile – il calo del primo semestre sarà vicino al -10% e la ripresa sarà quindi ritardata, un risultato intorno al -3% sembra ragionevole. In questa fase, consideriamo tutte le previsioni economiche solo come possibili scenari. Date le enormi incertezze sulla traiettoria del virus, i margini di tali proiezioni sono molto ampi.

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