Cosa sta succedendo sui mercati: la view di Jci Capital

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A cura di Alessandro Balsotti, Strategist Jci Capital

La combinazione di un’azione di supporto da parte dei policy-maker cinesi (taglio di 100bp nel tasso di riserva obbligatoria), di Payroll nettamente più robusti delle attese e di una chiara apertura alla flessibilità futura sul fronte della normalizzazione monetaria da parte della Fed si sono rivelate un mix perfetto per il mercato: i guadagni per gli indici azionari e per le valute emergenti, con il comprensibile corredo di curve dei rendimenti più alti.

Cina. La PBoC ha annunciato che due successivi tagli alla riserva obbligatoria, ciascuno di 50bp, diverranno effettivi a partire dal 15 e dal 25 gennaio, con l’effetto di rilasciare nel sistema circa 1.500 miliardi (yuan) di liquidità. La banca centrale ha accompagnato l’annuncio con dichiarazioni mirate a contestualizzare la misura come un intervento tecnico più che di un’esplicita azione di supporto monetario (CHINA C.BANK SAYS LATEST RRR CUT IS A TARGETED ADJUSTMENT, NOT A BIG STIMULUS). Considerate la scadenze delle operazioni in essere tra gennaio e febbraio (800 bio), i pagamenti fiscali in arrivo (15-20 gennaio) e una maggiore offerta di carta governativa locale attesa per il Q1, il tentativo delle autorità di precisare che l’intervento non è necessariamente una diretta reazione al contesto di preoccupante rallentamento che sta emergendo dai dati macro, appare comprensibile. Un mercato pessimista e sottopeso dopo le batoste natalizie è comunque più propenso a leggere positività anche dove non c’è (o dove anzi la necessità della banca centrale di reagire, cercando di sminuire le proprie azioni, potrebbe addirittura essere vista come un segnale per nulla rassicurante).

 

Payrolls. Venerdì il rapporto sull’occupazione (dicembre) si è rivelato eccezionalmente solido. La critica che rispetto a altri dati più contingenti (ad esempio i recenti indici PMI) i dati occupazionali descrivono una situazione da ‘specchietto retrovisore’ è naturalmente arrivata ma il margine con cui il dato ha battuto le attese lo rendono in ogni caso degno di attenzione anche per gli osservatori più pessimisti. La creazione di nuovi posti di lavoro è stata di 312.000, una rilevazione che ha battuto il consenso di 128.000 posti, il margine più elevato dal maggio del 2009. In aggiunta la revisione dei dati dei due mesi precedenti è stata di altri 58.000 (in positivo). Anche il dato salariale è stato robusto: i salari medi orari sono saliti di 0.4% m/m (3.2% y/y vs 3.0% exp.).

Anche la salita del tasso di disoccupazione a 3.9% (3.7% exp.) non è da vedere in termini negativi essendo frutto di una visibile crescita del tasso di partecipazione (da 62.9% a 63.1%). Nelle quasi due ore di intervallo tra la pubblicazione dei Payrolls e l’atteso intervento di Powell il mercato è rimasto indeciso se abbracciare il sollievo di una congiuntura americana non così improvvisamente zoppicante o tornare a preoccuparsi per una Fed costretta a proseguire sul sentiero di un tightening sempre più temuto. Poco dopo J.Powell non è stato particolarmente criptico quando la J di Jay è tornata ad assomigliare molto alla J di Janet…

Jay Powell è stato un inno alla flessibilità e alla dipendenza dall’andamento non solo dei dati economici ma anche dei mercati, fugando con fermezza i dubbi alimentati in proposito tra ottobre e dicembre. Riportare qualche passaggio del suo intervento credo sia più utile di qualsiasi ulteriore commento: “Markets are expressing concerns about global growth in particular… we’re listening carefully to that. We’re listening sensitively to the message that markets are sending and we’re going to be taking those downside risks into account. There is no preset path for policy. And particularly, with the muted inflation readings that we’ve seen coming in, we will be patient as we watch to see how the economy evolves. But we’re always prepared to shift the stance of policy and to shift it significantly if necessary. We said that we would be prepared to adjust our normalization plans as appropriate to achieve our goals. So if we ever came to the conclusion that any aspect of our normalization plans was somehow interfering with our achievement of our statutory goals, we wouldn’t hesitate to change it, and that would include the balance sheet certainly“.

 

Steepening vs Flattening della curva. L’appiattimento della curva Americana (e la preoccupazione per un’imminente inversione) avevano avuto come principale motore il timore di un ‘policy mistake’ ovvero di una Fed troppo aggressiva nell’alzare i tassi (e/o ridurre lo stato patrimoniale) al cospetto di un’economia che per cause esogene (soprattutto) e/o domestiche non si rivelasse così resiliente come una prima analisi avrebbe potuto suggerire. Una Fed dichiaratamente più flessibile e pronta a cambiare rotta non può quindi che portare ad un movimento di steepening, permettendo anche l’aumento delle aspettative di inflazione (puntualmente successo venerdì).

Non è un caso che l’oro, solidamente correlato inversamente all’andamento dei risky asset negli ultimi mesi (in qualità di bene rifugio) in quest’ultima fase stia difendendo con discreta facilità i guadagni precedenti nonostante il rimbalzo dei risky asset nella percepita funzione di protezione contro l’inflazione e l’intrinseca debolezza della principale ‘fiat currency’ mondiale (il dollaro).

 

Guardando oltre resto convinto che il vero dibattito debba essere se quello a cui stiamo assistendo sia solo un forte ma temporaneo rallentamento globale o un fenomeno più sinistro e duraturo che aumenta notevolmente le probabilità che una recessione non sia così distante. Intanto però possiamo goderci l’effetto ‘reflattivo’ innescato dal contropiede di Powell che ha trovato terreno fertile su investitori e analisti stremati dopo il bagno di sangue del Q4. Deutsche Bank riporta di deflussi record nelle ultime 6 settimane dall’azionario (84 bio USD) e dal credito Investment Grade (34 bio USD). Non saranno pochi quelli costretti a rientrare da una price action costruttiva.

 

La settimana entrante sarà la prima completa del 2019, chiamata a confermare le tendenze che sono emerse dalle prime movimentate sessioni dell’anno: rimbalzo dei risky asset, steepening della curva US, dollaro più debole, soprattutto verso le valute a più alto ‘beta’ (emergenti e commodity currencies). Non mancheranno spunti, su tutti i fronti.

Rilevazioni macro: vendite al dettaglio (Europa, oggi), ordinativi di fabbrica (Germania e US, oggi, Giappone, venerdì), bilancia commerciale (US, domani), CPI (Cina, mercoledì, US, venerdì), crescita GDP (UK, venerdì).

Comunicazione delle banche centrali: tassi in Canada (mercoledì), minute Fed (mercoledì) e ECB (giovedì), una pletora (13!) di membri del FOMC chiamati ad esternare (il più rilevante presumibilmente Richard Clarida in NY, giovedì).

Ricominceranno le headlines relative alla Brexit in vista del probabile voto in Parlamento del 14 gennaio. Trump e l’azione politica a Washington rimarranno ovviamente centrali (negoziati con i Democratici sullo shutdown e con la Cina sulla Trade War).

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