Gli utili delle imprese sostengono le Borse. L'outlook di Dws

A cura di Dws

Azioni statunitensi

Il sostegno offerto alle quotazioni azionarie dal periodo di pubblicazione degli utili del 1°trimestre ha alimentato il rialzo delle Borse. Infatti le società incluse nell’indice azionario statunitense S&P 500 che hanno già pubblicato gli utili (circa il 10% del totale) hanno annunciato incrementi del 27,50% nel primo trimestre, dunque molto superiori al 17,30% previsto.

Nonostante le ottimistiche aspettative di aumento degli utili delle aziende dell’indice S&P 500, circolanti già prima dell’inizio delle pubblicazioni, circa il 79% di loro ha ecceduto le previsioni, sfiorando l’80% di risultati superiori alle attese registrato nel 4°trimestre del 2017. Si prevede che nel primo trimestre i settori a più intensa crescita degli utili saranno l’energia (+79,90%) e i materiali (+26,50%), ma tra tutti i settori dell’indice S&P 500 il contributo più sostanzioso dovrebbe venire dalla tecnologia (+26,80%) e dalla finanza (+23,20%).

Un altro fattore della solida crescita degli utili è stato il balzo in avanti dei margini di profitto. Infatti nel primo trimestre è previsto un aumento dei margini in 10 degli 11 settori dell’indice S&P 500, ossia in tutti escluso l’immobiliare. Probabilmente l’incremento più ampio dei margini sarà ottenuto dall’energia (+34%) e dalla finanza (+12,80%) grazie alla maggiore redditività, alimentata dal rincaro del petrolio e dall’aumento dei rendimenti delle obbligazioni del Tesoro statunitense. In Europa gli utili dovrebbero registrare aumenti più contenuti, dal +2,60% dell’indice Stoxx600 al più consistente +14,80% del Dax tedesco.

Gli utili del primo trimestre aumentano in tutto il mondo, come dimostra il previsto incremento a due cifre degli indici Msci Japan (+23%), Msci Ac World (+14%) e Msci Em (+13%). In sintesi, il rialzo delle borse dovrebbe essere alimentato dal costante impulso impresso dalla solidità del quadro economico internazionale alla consistente crescita degli utili in tutto il mondo.

Reddito fisso

Dopo il massimo per il 2018 raggiunto il 21 febbraio (2,94%), il rendimento governativo decennale statunitense è rimasto intorno al 2,80%-2,94%. Invece, nonostante la fine della tendenza rialzista del rendimento dell’emissione decennale statunitense, quello del titolo biennale ha continuato a salire. Infatti il premio a termine (ossia la differenza tra i rendimenti delle emissioni decennale e biennale) è sceso a 42 punti base, cioè al minimo da ottobre 2007.

Tuttavia, se storicamente l’inversione delle curve dei rendimenti preannuncia una recessione, riteniamo importante riconoscere una variante fondamentale, che nell’attuale contesto economico determina la contrazione del premio a termine: la Federal Reserve. Secondo un’analisi della stessa Fed, proprio la sua strategia di acquisti di obbligazioni (ossia il cosiddetto allentamento quantitativo) ha artificialmente ridotto di 80-120 punti base il tasso d’interesse a lungo termine. Invece, aumentando il tasso d’interesse sei volte nel ciclo corrente, la Fed ha influito direttamente sui rendimenti a breve termine spingendoli al rialzo. Pertanto non consideriamo motivi di grande preoccupazione né l’attuale riduzione del premio a termine né la possibile inversione della curva dei rendimenti, che comunque non riteniamo lo scenario più probabile.

Prevediamo entro 12 mesi un premio a termine attestato a 45 punti base (3,25% di rendimento previsto del titolo decennale, meno 2,80% di rendimento previsto di quello biennale).

Considerato l’aumento generalizzato dei rendimenti, raccomandiamo ancora una volta di selezionare accuratamente gli investimenti in obbligazioni. I nostri due segmenti preferiti sono: FloatingRate Notes. Nell’attuale contesto di tassi d’interesse in aumento, dall’inizio dell’anno le floatingrate notes sono uno dei segmenti obbligazionari più performanti (+0,66%). Inoltre queste emissioni sono le più frequenti in alcuni tra i nostri settori preferiti (tecnologia e finanza). Obbligazioni dei paesi emergenti. Il potenziale più ampio in assoluto di ulteriore contrazione degli spread, nonché il miglioramento dei fondamentali economici nei paesi emergenti, probabilmente continueranno a sostenere queste emissioni.

Materie prime

Prosegue il rincaro del petrolio: dopo il quinto aumento in sei settimane la qualità Wti ha fatto segnare il prezzo massimo dell’ultimo quadriennio. Nelle recenti settimane la quotazione del greggio è stata sostenuta non solo dell’aumento della domanda, ma anche della recrudescenza di una lunga serie di rischi geopolitici. Qui di seguito ne ricordiamo alcuni:

  • Anche se l’episodicità delle incursioni aeree tattiche condotte contro alcuni impianti chimici dalla coalizione occidentale (Usa, Francia e Regno Unito) ha attenuato in parte le apprensioni degli investitori, il ricorso ad agenti chimici da parte del presidente siriano Assadha suscitato nuovi timori che l’inasprimento del confronto militare nella regione possa creare nuovi ostacoli alle forniture di greggio.
  • Le nomine di Mike Pompeo e di John Bolton (noti come falchi in politica estera) rispettivamente a Segretario di Stato e a membro del Consiglio nazionale si sicurezza fanno temere che gli Stati Uniti non confermeranno l’accordo sul nucleare iraniano entro la scadenza del 12 maggio. Considerando che con circa 3,80 milioni di barili al giorno l’Iran è il terzo maggior estrattore di petrolio dell’Opec, la crescente incertezza sull’imposizione di future sanzioni economiche contro la sua produzione ha spinto al rialzo il prezzo del greggio.
  • L’instabilità economica e politica in Venezuela ha fatto cadere la produzione di petrolio a 1,50 milioni di barili al giorno, il minimo dal 2002.
  • Anche se questi rischi geopolitici manterranno alto il prezzo dell’oro nero nel breve periodo, la nostra previsione a 12 mesi di 60 dollari al barile è già stata ampiamente superata e quindi non riteniamo probabili altri rincari di rilievo, principalmente perché la produzione dovrebbe aumentare.
  • L’Eia (Energy Information Administration) prevede che nel 2019 gli Stati Uniti batteranno tutti i record di estrazione con ben 11,40 milioni di barili al giorno. Secondo l’Eia, per la prima volta dal quarto trimestre 2016 l’offerta di greggio supererà la domanda proprio grazie a questa forte impennata della produzione statunitense, particolarmente nelle aree dove si estrae il petrolio di scisto.

Valute

Dopo i ribassi causati nell’ultima settimana dalle apprensioni geopolitiche suscitate dall’intervento militare in Siria, il biglietto verde si è ripreso sull’onda del brillante inizio del periodo di pubblicazione degli utili delle aziende statunitensi.

A breve termine probabilmente il dollaro subirà ancora le ripercussioni delle notizie concernenti alcune decisioni di natura commerciale (ad esempio l’imposizione di dazi), nonché dell’acutizzarsi delle inquietudini geopolitiche sulle prospettive dell’accordo sul nucleare iraniano e sulle nuove sanzioni contro la Russia.

Tuttavia nel lungo periodo restiamo ottimisti sull’andamento rialzista del dollaro, che dovrebbe approfittare dell’aumento del tasso d’interesse negli Stati Uniti, della politica monetaria più restrittiva della Fed (si prevedono tre strette monetarie nei prossimi dodici mesi), dell’accelerazione della crescita economica e del sostegno degli indicatori tecnici. La nostra previsione a 12 mesi è di 1,15 dollari per un euro.

In Europa gli indicatori del clima economico hanno iniziato a invertire la rotta: infatti la discesa dell’Eurozone Citi EconomicSurpriseIndex al minimo da giugno 2012 (-91,80) potrebbe indicare lo stallo della ripresa economica.

Inoltre, nonostante la permanenza in territorio ampiamente positivo degli indici dei responsabili degli acquisti dell’eurozona, si notano segni d’indebolimento (il 56,70 dell’indice PMI manifatturiero è il valore più basso da luglio 2017), che se proseguissero potrebbero accentuare la pressione ribassista sull’euro.

Sarà importante seguire con attenzione le dichiarazioni del presidente della BCE Draghi e di altri esponenti dell’istituto, perché prevediamo che nel 4°trimestre di quest’anno la Banca centrale porrà fine alla strategia di acquisto di obbligazioni. Tuttavia la riduzione degli acquisti difficilmente determinerà consistenti apprezzamenti dell’euro, perché non prevediamo che la BCE deciderà aumenti sostanziali del tasso dei depositi prima del secondo semestre del 2019.