I mercati emergenti non hanno perso il loro fascino

A cura di Charles Sunnucks, gestore del team Global Emerging Markets di Jupiter AM

I mercati emergenti non sono mai rimasti sullo sfondo, nel mondo dei mercati di capitali. Nonostante ciò, gli ultimi tre anni sono stati piuttosto estremi per quanto riguarda la gamma di eventi che si sono verificati in questa asset class e il persistente e costante flusso di notizie che ne è scaturito. L’incertezza che ne è derivata, in un contesto globale sempre più difficile, ha portato molti investitori a chiedersi: i mercati emergenti hanno perso il loro fascino?

L’unica costante è il cambiamento

Le economie in via di sviluppo rappresentano oltre l’85% della popolazione mondiale, il 45% del Pil globale e l’11% dell’indice Msci World. Storicamente, i rendimenti e la crescita sono stati superiori a quelli delle nazioni più sviluppate, spinti dalla competitività globale di queste economie nel produrre alcuni beni, servizi e risorse a basso costo. Di conseguenza, lo sviluppo delle economie emergenti ha fatto uscire milioni di persone dalla povertà e in molti casi ha permesso alle aziende di questi Paesi di risalire la catena del valore, fornendo prodotti e servizi sempre più complessi.

I principali fattori di rendimento di lungo termine sono sempre stati diversi tra singoli mercati emergenti: il petrolio in Russia; le infrastrutture in India; i consumi in Cina. Negli ultimi tre anni, il flusso di notizie ha anche evidenziato una serie di differenze a breve termine che hanno, in molti casi, danneggiato gravemente la fiducia degli investitori: le tensioni commerciali in Cina; la geopolitica turca; le sanzioni statunitensi contro la Russia; la politica di estrema destra in Brasile; la virata a sinistra per il Messico – molti mercati sono passati da una notizia all’altra, con un’elevata incertezza per gli investitori.

Questa caratteristica del mercato è stata ulteriormente enfatizzata dalla risposta del mercato azionario al Covid-19. La maggior parte dei mercati emergenti non è stata immune ai terribili costi umani ed economici della pandemia globale. Tuttavia, dei primi 10 paesi classificati per decessi pro capite, nessuno è una nazione emergente, e già in aree geografiche come la Cina continentale, Taiwan e la Corea del Sud c’è una graduale parvenza di normalizzazione dell’attività economica. Ciononostante, con l’eccezione molto evidente della Cina, molti dei principali mercati azionari con i peggiori rendimenti nel 2020 sono i mercati emergenti.

Sviluppo strutturale, opportunità bottom-up

Mentre molti associano gli investimenti nei mercati emergenti con le grandi fabbriche che producono beni a basso costo, l’opportunità per gli investitori azionari va ben oltre il settore manifatturiero: in effetti quelli “industriali” sono tra i settori più piccoli dell’indice. Fra i trend che offrono opportunità alle aziende in questi mercati vi sono l’inclusione finanziaria, la penetrazione della sanità, lo sviluppo delle infrastrutture, l’aumento dei consumi e l’innovazione tecnologica. Queste tematiche mutevoli sono, per molte aziende, il motore dominante dei rendimenti a lungo termine, molto più degli eventi politici e ciclici che guidano il flusso delle notizie. In effetti, ci sono molti esempi a livello societario che dimostrano che la crescita aziendale fondamentale in questi mercati è rimasta forte, un fatto spesso dimenticato.

Tra le opportunità a livello di singole società, che beneficiano di cambiamenti strutturali a lungo termine, vi sono Idc, una società di diagnostica egiziana che sfrutta le maggiori spese sanitarie; Netease, uno dei principali sviluppatori di videogiochi cinesi che si è dimostrato molto efficace nel competere all’estero; Purcari, un produttore di vino moldavo, che cresce grazie all’aumento del reddito disponibile e al cambiamento delle tendenze di consumo nell’Europa orientale; e Salmones Camanchaca, un operatore cileno di allevamenti di salmoni che sfrutta i maggiori consumi di proteine a base di pesce in Asia e in Nord America.

Al di là dei mercati emergenti, le opportunità nei mercati di frontiera possono promettere una crescita strutturale ancora maggiore; per esempio la Kenya Commercial Bank, la più grande banca dell’economia keniota, che opera in un paese di oltre 50 milioni di persone con meno di 30 mila mutui ipotecari; o Vietnam Dairy, posizionata per beneficiare del fatto che il consumo pro capite di prodotti lattiero-caseari sale da una base molto bassa. Nessuna di queste imprese è immune durante i periodi di debolezza macro, ma tutte hanno dimostrato una crescita pluriennale nel tempo, sono resistenti e rimangono ben posizionate per beneficiare dei cambiamenti nei rispettivi mercati.

Guardando oltre il caos

C’è una vasta gamma di possibili scenari per i prossimi dodici mesi, e la semplice verità è che è troppo presto per esprimersi con reale sicurezza. Quello che sappiamo, tuttavia, è che le valutazioni per molte società dei mercati emergenti sono attualmente basse, in termini assoluti rispetto alla loro storia, ma anche in modo evidente rispetto a molti concorrenti dei mercati sviluppati. Questo valeva già prima della pandemia, e l’ulteriore esodo di capitali stranieri da questi mercati azionari ha solo aggravato la situazione.

I mercati emergenti saranno sempre in qualche misura più “rumorosi” dei mercati sviluppati; non tutte le imprese valide saranno un buon investimento e rimane una reale gamma di rischi oltre alle opportunità strutturali. Tuttavia, molte aziende in questi mercati hanno modelli di business e bilanci resilienti abbinati a valutazioni basse e prospettive interessanti, spinte dai cambiamenti strutturali, ed è questo lato dell’equazione che riteniamo sia stato trascurato negli ultimi anni.

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