Il regalo d’addio di Draghi

Mario Draghi
Mario Draghi

Dopo otto anni in carica, il Presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi sembra deciso ad andarsene “col botto”. Alla conferenza annuale della BCE a Sintra, in Portogallo, ha annunciato un allentamento della politica monetaria – per lo meno se le prospettive di crescita dell’Eurozona non migliorano e l’inflazione non converge verso il target ufficiale “inferiore, ma prossimo al” 2% nel medio periodo.

Le attese di inflazione a lungo termine basate sul mercato, misurate dai tassi breakeven forward sull’inflazione attesa fra 5 anni, avevano recentemente segnato un nuovo minimo storico, al di sotto dell’1,2%. In altre parole, i mercati sembrano sempre più convinti che l’Eurozona si stia “giapponesizzando”. La BCE, naturalmente, teme che le attese di inflazione possano essere disancorate, con possibili ripercussioni su salari e prezzi. L’aumento dell’inflazione in aprile si è rivelato effimero e, per quanto non del tutto inaspettato, tale esito non ha certo alleviato i timori. Data la Pasqua tardiva, in maggio l’inflazione complessiva è scesa dall’1,7% all’1,2% e il tasso core è passato dall’1,3% allo 0,8%.

Come hanno reagito i mercati?

Gli operatori si aspettano ora un taglio dei tassi della BCE entro fine dicembre. Se le attese di un taglio dei tassi sono meno aggressive che per la Federal Reserve (“Fed”), l’annuncio di Draghi di un “regalo d’addio” ha provocato un ulteriore calo dei rendimenti – già  negativi – delle obbligazioni governative di prima qualità dell’area euro. Il Bund decennale ha raggiunto un nuovo minimo storico al -0,325%. Per ora, i tassi dei Bund sono negativi per le scadenze fino a 15 anni – ovvero l’86% (!) dei titoli in circolazione. Al contempo, importanti indici azionari hanno registrato un rialzo.

Onde evitare un indesiderato inasprimento delle condizioni di finanziamento per imprese e famiglie, sia la BCE che la Fed potrebbero presto essere costrette a mantenere quanto dichiarato. Altrimenti, corrono il rischio di deludere “i tori” del mercato azionario e obbligazionario. Tagli dei tassi o persino un “QE2” (o un “QE4” nel caso degli USA), vale a dire la ripresa del programma di acquisto di bond: la direzione del successore di Draghi dal 1 novembre sembra già tracciata.

A meno che, naturalmente, la crescita non acceleri, i rischi di rallentamento esterni (come il protezionismo globale) non si riducano e le attese di un’inflazione “in stile giapponese” non svaniscano.

Tuttavia, le speranze di un’incipiente ripresa in tutto il mondo verso metà anno sono state distrutte dalla nuova escalation dei conflitti commerciali scatenati dagli USA. Vediamo fare “un passo avanti e due indietro”. Dopo la fugace ripresa di aprile (il nostro indice proprietario Macro Breadth è salito per la prima volta in undici mesi), in maggio i dati macroeconomici globali hanno subito un’altra battuta d’arresto. I dati relativi all’area euro sembrano prossimi a un rimbalzo, ma tale prospettiva non è bastata a compensare la debolezza dei dati degli USA, del Giappone e soprattutto della Cina, che da sola contribuisce per il 28% circa alla crescita globale aggregata.

Gli appuntamenti macro della settimana

La fase di accelerazione economica è già finita? O le Banche Centrali riusciranno invece a contrastare il rallentamento? I dati macroeconomici per i prossimi due o tre mesi metteranno in luce il peso della situazione geopolitica mondiale. Sarà molto importante vedere se la debolezza del settore manifatturiero orientato all’export si estenderà ai servizi e ai consumi, finora ancora solidi. Negli USA gli appuntamenti più attesi della prossima settimana sono: fiducia dei consumatori (martedì e venerdì), vendite di case in corso (giovedì), reddito e spesa delle famiglie (venerdì). Nell’area euro, il barometro della fiducia delle imprese tedesche ifo (lunedì) e la stima flash sull’inflazione di giugno (venerdì) offriranno importanti spunti di riflessione, non solo per la BCE. In Giappone, l’attenzione si concentrerà sulle vendite al dettaglio (giovedì) e sul verbale della Bank of Japan (venerdì), che persegue ormai da tempo una linea espansiva.

Ma l’evento clou è il G20 di Osaka, in Giappone (28/29 giugno). La questione fondamentale è se Washington e Pechino riusciranno a risolvere il conflitto commerciale senza perdere la faccia. Una cosa è certa: più va avanti lo scontro commerciale maggiore sarà il suo impatto, nonché il rischio di una brusca frenata dell’economia, soprattutto perché la ripresa congiunturale e il rialzo delle asset class storicamente “più rischiose” sono già in atto da tempo.

Che cosa significa tutto ciò per gli investimenti?

Di per sé, l’allentamento imminente della politica monetaria dovrebbe sostenere le asset class più rischiose. Ma forse questi “regali” non bastano a rassicurare gli investitori nel lungo termine. Occorreranno anche indicatori economici migliori, e quindi segnali più costruttivi in tema di scambi commerciali, su Twitter o in modo più convenzionale.

È pertanto opportuno diversificare i portafogli e adottare un assetto tattico prudente sugli asset rischiosi nel quadro di un approccio multi-asset, con una selezione titoli attiva come ulteriore fonte potenziale di reddito. “A caval donato… qualche volta è meglio guardare in bocca”.

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