Incertezza sul medio termine, Treasury Usa e probabile rialzo della Fed

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A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm

Novembre è stato un mese piuttosto movimentato sui mercati finanziari. La volatilità è continuata nella prima settimana di dicembre con i mercati finanziari che hanno fatto registrare ingenti perdite. Le ragioni del sell-off sono da ricercarsi nel rallentamento della dinamica economica e nella crescente incertezza che caratterizza la politica internazionale.

Facendo la conta dei danni, in realtà, ci si accorge che la dinamica non è di portata particolarmente eccezionale. Si tratta per il momento di una correzione contenuta se confrontata con le fasi di mercato negative degli ultimi dieci anni.

 

Ad ogni modo, non si può fare a meno di notare che negli ultimi giorni i mercati abbiano cominciato a muoversi in modo più scostante. Osservando l’andamento intraday si nota come i listini siano altamente sensibili alle notizie, positive e negative, alle quali rispondono con repentine correzioni. Per esempio, in seguito ai segnali distensivi della Federal Reserve e alla possibile tregua sul commercio durante il G20, l’S&P500 ha festeggiato con crescite repentine. Di converso, brusche correzioni sono state la conseguenza delle vendite sul settore Tech e dell’arresto della CFO di Huawei in Canada.  Questo tipo di andamento segnala che gli operatori sono sull’attenti ed è frutto dell’incertezza riguardo le valutazioni e le prospettive di medio termine.

 

 

La curva dei tassi si sta invertendo?

Molto ha fatto discutere in questi giorni la dinamica della curva dei tassi dei titoli di stato americani (che mappa il valore dei tassi di interesse sull’asse verticale per la loro scadenza in mesi sull’asse orizzontale). Il valore delle scadenze di medio periodo è sceso sotto quello delle scadenze di breve periodo. Questa dinamica in genere è interpretata come conseguenza di un peggioramento delle prospettive economiche di medio termine.

L’appiattimento della curva potrebbe infatti essere l’inizio di una dinamica di inversione. Di solito, per titoli a scadenza più lunga l’investitore ricever maggiori rendimenti, ma il valore del tasso dei Treasury incorpora anche un’aspettativa su dove sarà il livello dei tassi in futuro: in generale quando il tasso dei titoli a 10 anni diventa minore del tasso dei titoli a due anni (lo spread diventa negativo) questo evento è seguito da una recessione. In questo momento lo spread è piuttosto basso, ma ancora non negativo. La dinamica riflette sicuramente un rallentamento dell’economia americana, che è ancora in ottima salute, ma mostra i primi segnali di frenata. C’è da sottolineare che la curva è stata piuttosto piatta negli ultimi anni (forse anche per effetto della crescente domanda di titoli a lungo termine da parte dei fondi pensione) senza che ciò avesse una correlazione con dinamiche recessive nell’economia.

La dinamica della curva resta quindi un segnale che ci porta nel 2019 con gli occhi puntati verso la direzione che prenderà l’economia Usa, in quanto si tratta di un aspetto fondamentale per capire come si comporterà la Federal Reserve. Il rallentamento del quadro economico ha di certo influenzato le aspettative sul percorso di rialzo dei tassi della banca centrale, che forse in questo momento è il singolo fattore maggiormente in grado di condizionare l’andamento dei mercati azionari nel medio periodo. Come si può notare dal grafico, nell’ultimo mese le aspettative riguardo al percorso di rialzo dei tassi nel 2019 sono mutate: i mercati si aspettano meno rialzi da parte della Fed. Se queste aspettative fossero confermate dai banchieri centrali a dicembre potremmo aspettarci, nel breve periodo, una distensione sull’azionario.

 

Scende il prezzo del petrolio

 Il prezzo del petrolio, in picchiata da inizio ottobre, è calato recentemente sotto la soglia dei 60 dollari al barile. Le ragioni sono da ricercarsi principalmente nella dinamica della domanda e dell’offerta. La prima è in calo e ciò non stupisce, visto il contesto economico in rallentamento; la seconda è particolarmente elevata, con scorte in aumento in tutti i principali paesi produttori e con l’Arabia Saudita che ha fatto segnare questo mese il record storico di produzione.

 

Per sostenere il prezzo, i paesi Opec e i principali partner esterni all’organizzazione (Russia in testa) si sono riuniti a Vienna e hanno deliberato un taglio della produzione congiunto di 1,2 milioni di barili al giorno. Il vertice si è svolto in un clima di grande incertezza e il Qatar ha abbandonato l’organizzazione alla vigilia della conferenza. Nei giorni che hanno preceduto l’accordo sono arrivati segnali chiari da Washington riguardo la volontà della Casa Bianca di mantenere il prezzo basso, in quanto è convinzione dell’amministrazione Trump che un prezzo del petrolio contenuto tenga a freno l’inflazione, rallentando il percorso di rialzo dei tassi, considerato a ragion veduta il principale fattore di rischio di medio termine per l’andamento dell’economia americana. Trump ha espresso il suo pensiero molto chiaramente: resterà a fianco alla casa reale saudita, recentemente sotto pressione per l’omicidio del giornalista Khashoggi, fin quando essa continuerà a tenere il prezzo del petrolio basso.

 

Resta da vedere se l’accordo riuscirà a sostenere il prezzo. Nel periodo recente, il cartello dei produttori è stato caratterizzato da forti divisioni interne, tanto da generare dubbi sulla sua effettiva capacità di influenzare il prezzo del greggio. Inoltre non esiste ancora chiarezza sulle quote precise che i singoli produttori taglieranno rispetto ai livelli attuali. In passato, l’incapacità di convergere su chiari obiettivi di produzione ha avuto l’effetto di orientare i mercati in direzione opposta rispetto a quella desiderata dall’organizzazione. L’accordo politico, dunque, resta fragile e non esistono a oggi garanzie che riuscirà a sostenere il prezzo nel medio termine, visto che anche la domanda globale resta debole (nonostante il piccolo rimbalzo avuto nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione dell’accordo).

 

 

Cosa farà la Fed?

Il petrolio sarà uno dei fattori chiave nel 2019 per via della forte correlazione con il livello dei prezzi e le conseguenze sulla politica monetaria. L’oro nero ha un rapporto molto stretto con le aspettative di inflazione nel medio termine, ma anche con il livello di prezzi corrente e con l’inflazione core, pure epurata dall’incidenza diretta del valore del petrolio, ma comunque correlata con il costo del barile.

La Fed, che alzerà con ogni probabilità i tassi a dicembre, potrebbe rivedere i propri piani per il 2019: le aspettative dei mercati si stanno orientando verso un percorso di crescita dei tassi più lento o addirittura nullo. Un prezzo del petrolio basso per un periodo prolungato si andrebbe ad aggiungere agli altri fattori che la Fed sta valutando: seppur l’economia Usa rimanga forte e il mercato del lavoro continui a godere di ottima salute, il rialzo dei tassi sta già cominciando a sortire i suoi effetti sull’economia reale, per esempio sui mutui.

Ci sono poi i segnali che arrivano dai mercati azionari e dall’Europa, dove la crescita rallenta. Da mandato, né l’andamento dell’economia globale né la riduzione della volatilità sul mercato azionario sono tra gli obiettivi della banca centrale americana, ma sembra che tutte queste considerazioni stiano influenzando il giudizio di Powell, che ha cominciato, sotto traccia e con il linguaggio proprio dei banchieri centrali, a indirizzare le aspettative degli operatori verso la possibilità di un percorso più cauto il prossimo anno. Se questa tendenza sarà confermata a dicembre, quando comunque la Fed aumenterà i tassi, probabilmente potremmo assistere a una distensione sui mercati azionari.

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