Le insidie della finanziaria italiana: cosa potrebbe succedere

Italia

A cura di Agnieszka Gehringer, Senior Research Analyst del Flossbach von Storch Research Institute

L’Italia, per ora, è sfuggita alla procedura Europea per disavanzo eccessivo perché il governo italiano ha frenato le tre principali promesse elettorali sottovalutando i costi delle misure previste.

Una perfetta via di fuga?

La bozza iniziale del budget italiano di ottobre 2018 prevedeva un disavanzo di bilancio al 2,4% nel 2019. Tuttavia, dopo un vivace confronto con la Commissione Europea, è stato concordato un deficit del 2,04% (Tabella 1). Questo compromesso consente all’Italia di evitare la procedura Europea per disavanzo eccessivo, oltre al fatto di essere già ben al di sopra dei limiti considerati compatibili con le regole di bilancio del Patto di Stabilità e Crescita1. Alla fine è stato raggiunto un compromesso perché il governo italiano ha ridimensionato le tre principali promesse elettorali: reddito di cittadinanza, riforma delle pensioni e (per il 2020 e il 2021) clausole di salvaguardia sull’IVA.

In particolare, nonostante le rassicurazioni del governo, c’è un notevole divario tra gli stanziamenti concordati e quelli in teoria necessari per coprire il reddito di cittadinanza dei sette i milioni di italiani che ne hanno potenzialmente diritto. La legge di bilancio riserva a questo piano 7,1 miliardi di euro – due miliardi in meno rispetto alla bozza di bilancio dell’ottobre 2018. Inoltre, un miliardo di questi sette dovrebbe essere utilizzato per rafforzare i centri per l’impiego e altri due miliardi e mezzo per sostituire il piano in essere precedentemente, il cosiddetto reddito di inclusione (REI).

Questo significa che solo 3,6 miliardi potrebbero essere impiegati effettivamente per il reddito di cittadinanza. Una cifra decisamente inadeguata se si vuole garantire che tutti i possibili beneficiari possano usufruirne. Lo stesso vale per il 2020 e il 2021.

Secondo il piano di bilancio, i finanziamenti aumenterebbero leggermente in termini assoluti a 8,1 miliardi di euro nel 2020 e 8,3 miliardi nel 2021, ma solo perché per il periodo 2020/2021 dovrebbero coprire l’intero anno anziché nove mesi come nel 2019. Per il 2019, è previsto anche un taglio di quasi tre miliardi (a 3,97 miliardi) sui fondi per l’abrogazione della riforma Fornero (potremmo anche dire che verranno “risparmiati”, dato che la misura potrà essere avviata solo nella seconda metà dell’anno). Questi fondi dovrebbero salire a 8,3 miliardi di euro entro il 2020 e a 8,7 miliardi entro il 2021, ma rimarrebbero comunque ben al di sotto dei 13 miliardi necessari per modificare la riforma pensionistica.

Infine, le clausole di salvaguardia sull’IVA non saranno introdotte nel 2019 (con una riduzione delle entrate di €12,5 miliardi), ma potrebbero essere reintrodotte nel 2020 e nel 2021 – in contrasto con le precedenti promesse del governo. Queste stime, tuttavia, dovrebbero essere viste per quello che sono – vale a dire pie illusioni – per due motivi principali. In primo luogo, i decreti attuativi delle misure previste devono ancora essere annunciati, cosa che succederà nei prossimi mesi. E poiché queste misure sono il simbolo dell’accordo tra i due partiti al governo, Lega e Movimento 5 Stelle, è plausibile aspettarsi che il governo spinga per attuarle prima o poi. In secondo luogo, l’Italia è entrata in una recessione alla fine del 2018, il che rende la pianificazione del bilancio di governo decisamente più complicata e meno prevedibile.

 

Analisi degli scenari

Sulla base delle informazioni disponibili, e tenendo conto di queste incertezze, elaboriamo tre scenari – 1) “favorevole”, 2) “governo +”, e 3) “avverso” – sull’evoluzione del bilancio pubblico italiano nel triennio delle proiezioni governative tra il 2019 e il 2021.

Scenario 1: nello scenario “favorevole” diamo per scontato che il governo sia in grado di mantenere gli impegni formali contenuti nell’attuale legge finanziaria, ma non di mantenere le promesse elettorali ai sensi del “contratto del governo del cambiamento”. Tuttavia, prendiamo le stime di crescita reale del PIL e dell’inflazione CPI della Commissione Europea dall’inizio di febbraio 2019, riviste al ribasso.

Scenario 2: all’interno dello scenario “governo +”, prendiamo le previsioni di crescita della Commissione Europea dallo scenario “favorevole”, ma supponiamo che i costi per il reddito di cittadinanza e per la riforma delle pensioni siano sottostimati.3 Facciamo anche la (verosimile) ipotesi che il governo non aumenti l’IVA, con entrate inferiori di 12,5 miliardi di euro sia nel 2020 che nel 2021. Va sottolineato che qui facciamo ipotesi prudenti, in quanto consideriamo solo gli “aggiustamenti” minimi per allineare maggiormente il piano del governo alle promesse elettorali. Di conseguenza, qualsiasi ampliamento a questo minimo significherebbe un rapporto disavanzo/PIL più elevato.

Scenario 3: nello scenario “avverso”, l’economia italiana entrerebbe in recessione nel 2019 (con una crescita nominale del PIL di -1,5%, pari alla metà del valore osservato nel 2009) e tornerebbe a crescere moderatamente in seguito, in linea con le previsioni della Comunità Europea. Di conseguenza, sulla base dell’esperienza maturate durante le crisi passate, ipotizziamo che il rapporto spesa/PIL aumenti di tre punti percentuali ogni anno nel periodo 2019- 2021, rispetto al valore rilevato nell’anno precedente la crisi.

La tabella 1 illustra i tre scenari e li confronta con le line guida del governo italiano a partire dalla legge di bilancio. Il mero rallentamento della crescita economica attualmente previsto dalla Comunità Europea non avrebbe un impatto significativo sull’andamento del rapporto disavanzo/PIL, a condizione che il governo italiano mantenga i risultati promessi alla Commissione Europea.

Tuttavia, come precisato in precedenza, si tratta di uno scenario piuttosto improbabile rispetto agli altri due. Se il “governo del cambiamento” rispettasse le sue più importanti promesse elettorali, il rapporto tra disavanzo e PIL raggiungerebbe il 2,38% nel 2019, il 2,89% nel 2020 e il 2,53% nel 2021. Infine, nel caso di un’ipotetica recessione il rapporto disavanzo/PIL salirebbe al 5,28% nel 2019, per poi scendere al 3,09% e al 2,77% nei due anni successivi.

Per riassumere, Roma è riuscita a prendere addirittura tre piccioni con una fava: 1) ha raggiunto un compromesso sul bilancio con Bruxelles, 2) ha negoziato un disavanzo di bilancio già al di sopra del limite compatibile con le regole del Patto di Stabilità e Crescita, e 3) ha incluso nella legge di bilancio tutte le misure promesse, anche se in dosi omeopatiche. La via del minor confronto possibile con Bruxelles aiuta Roma a salvare la faccia prima delle elezioni europee del maggio 2019. Ma dopo le elezioni, il governo italiano potrebbe sfruttare il momento per entrare nella fase successiva della partita del bilancio. L’esperienza finora lo dimostra.

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