Le tensioni geopolitiche infiammano il petrolio

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Le tensioni geopolitiche salite a livelli altissimi spingono il prezzo del petrolio ai massimi degli ultimi tre anni, con il Wti oltre i 67 dollari al barile (il Brent ha superato quota 73). Dopo le ultime minacce di Trump si fa sempre più probabile un attacco americano in Siria in risposta all’attacco chimico della settimana scorsa. In Medio Oriente, un’area cruciale per i rifornimenti mondiali di greggio, i rischi stanno tuttavia aumentando su più fronti. I ribelli sciiti dello Yemen del Nord hanno tentato un nuovo attacco contro infrastrutture petrolifere saudite nel Mar Rosso, bombardando una zona in cui Saudi Aramco (la compagnia petrolifera saudita più grande al mondo) ha diversi impianti e sta costruendo una raffineria.

Gli attacchi tuttavia non hanno portato a interruzioni nell’operatività dei siti che funzionano regolarmente. Questo episodio segue di pochi giorni un precedente attacco ad una petroliera saudita ed il lancio di missili dallo Yemen verso l’Arabia Saudita verso serbatoi di stoccaggio a Jizan. Il mercato in questa fase non riesce più ad ignorare queste minacce, anche se l’entità dei danni arrecati all’operatività è assai limitata se non ininfluente.

Il prezzo del petrolio è tuttavia anche oggetto di forze ribassiste, come la paura di guerre commerciali, in grado di rallentare l’economia globale e la produzione americana da shale oil, rivitalizzata dalla salita dei prezzi del barile. L’Eia ha infatti segnalato che la produzione americana ha superato i 10.5 milioni di barili al giorno (livello mai raggiunto) e le scorte di greggio sono aumentate (3,3 mb) contro attese per una riduzione.

Nonostante queste forze il barile negli ultimi giorni ha sperimentato un rally di oltre il 6%, simile solo a quello registrato in occasione dell’annuncio dell’Opec sul taglio della produzione. L’Opec e la Russia stanno rafforzando la loro alleanza finalizzata a contrastare una nuova formazione di eccesso di offerta sul mercato; le loro intenzioni però sembrano orientate ad evitare che le quotazioni raggiungano “livelli irragionevoli”. Resta il fatto che petrolio e oro (in qualità di bene rifugio) hanno violato i livelli di resistenza toccando nuovi massimi di periodo.

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