L’inflazione minaccia la crescita cinese

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A cura di Wings Partners Sim

La crescita dei prezzi al consumo cinese mostra il suo ritmo più elevato di quasi un decennio ma, allo stesso momento, la crescita economica è al suo livello più basso degli ultimi trent’anni. Questo quadro macroeconomico rimanda immediatamente la memoria alla stagflazione, ovvero alla combinazione nociva di una crescita stagnante in concomitanza a una forte ascesa dei prezzi che ha afflitto gli Stati Uniti dal 1970 al 1981. In quel periodo l’inflazione americana si avvicinava al 15% mentre l’economia cadeva in recessione e la disoccupazione aumentava incessantemente.

Le ragioni per credere che la Cina riuscirà a evitare questo destino al momento sono ancore molte, a partire dalla previsione di una ripartenza economica che mostrerà una crescita pari al 6% nel 2020. Espansione prevista più veloce di tutte le altre principali economie mondiali e un mercato del lavoro che presenta segnali tutt’altro che deboli. Inoltre, se al dato inflazionistico attuale vengono scorporati i prezzi dei generi alimentari il tasso rivelerebbe una relativa stabilità, al contrario dell’attuale crescita elevata.

Le autorità non stanno correndo il rischio della stagflazione ma, nonostante i dati considerati dal governo per attuare le previsioni sul 2020, gli economisti in comune accordo con il Fondo Monetario Internazionale si aspettano che Pechino riduca quantomeno il suo obiettivo di crescita economica dal 6%, precedentemente dichiarato, ad almeno un 5,8%. Questa attesa di un ridimensionamento delle previsioni di crescita è scaturita anche dalle affermazioni del premier Li Keqiang, che ha affermato che la pressione negativa sull’inflazione cinese potrebbe riaffermarsi il prossimo anno in concomitanza con un raffreddamento del mercato immobiliare e un ritorno delle incertezze commerciali con gli Stati Uniti. Rispetto all’anno scorso, a causa principalmente all’aumento dei prezzi della carne di maiale che costituisce un’elevata spesa media per famiglia in Cina, l’inflazione è salita del 4,5% e si prevede un possibile raggiungimento del 6% o più all’inizio del prossimo anno.

Anche la banca centrale della Cina si trova in difficoltà nell’affrontare questa situazione macroeconomica perché la classica manovra di abbassamento dei tassi sui prestiti per stimolare la crescita economica potrebbe portare a un’ascesa ulteriore dell’inflazione che minaccerebbe l’intera stabilità sociale. La PBoC ha così dichiarato di aver studiato i provvedimenti da attuare per impedire crescenti aspettative inflazionistiche, intensificando contemporaneamente gli sforzi per stimolare la crescita economica. Le preoccupazioni di una stagflazione sembrano comunque non colpire ancora gli economisti, nonostante i recenti tentativi di incremento dell’offerta, di aumento delle esportazioni e di rilascio delle riserve non abbiano avuto alcun effetto portando il prezzo degli alimenti ad aumentare del 19% nell’arco di un solo anno.

Se questo trend inflazionistico non diminuirà dopo un picco previsto a fine gennaio per le festività del capodanno cinese, la fiducia dei consumatori e delle imprese in Cina sarà minacciata da ulteriori preoccupazioni sulla crescita economica, legate alla guerra commerciale, e dall’aumento del debito.

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