Mercati, non è tutto oro quello che luccica

A cura di Ann-Katrin Petersen, Vice President, Global Economics & Strategy di Allianz Global Investors

Otto anni fa, il 6 settembre 2011, l’oro raggiungeva il massimo storico di 1.920 dollari l’oncia. Dopo la normalizzazione della politica monetaria verso la metà del primo decennio del 2000, il metallo giallo ha scambiato per lo più fra 1.050 e 1.350 dollari per poi superare la soglia di 1.500 dollari nell’estate 2011.

Vi sono tre buone ragioni per ipotizzare che i prezzi dell’oro possano continuare a salire nel medio periodo. In tutto il mondo le banche centrali (con alcune eccezioni, come la Norges Bank) sono passate a una linea accomodante, che implica costanti pressioni sui rendimenti obbligazionari. Giovedì la Banca Centrale Europea (Bce) ha annunciato un importante pacchetto di misure di allentamento che include la riduzione di 10pb del tasso sui depositi e il rinnovo degli acquisti mensili di asset per 20 miliardi di euro. I tassi di interesse sono scesi in territorio negativo non solo in termini reali (cioè tenendo conto dell’inflazione), ma anche nominali. In realtà l’oro, una valuta a rendimento 0%, beneficia del costo opportunità negativo. Tuttavia, nel breve periodo, l’oro risulta ipercomprato.

Anche rispetto alle borse, molti investitori si chiedono se tutto ciò che luccica sia davvero oro. Il rialzo dei mercati azionari (l’MSCI World è avanzato del 18% da inizio anno e del 5% anno su anno) sembra ascrivibile principalmente agli interventi delle Banche Centrali volti a stimolare l’economia. Al contempo, in agosto la crescita globale ha continuato a rallentare, nonostante la temporanea stabilizzazione degli indicatori anticipatori e del sentiment. Negli ultimi tre mesi, i dati macroeconomici dei principali Paesi sviluppati ed emergenti sono peggiorati, e a livello globale hanno evidenziato una flessione in 17 degli ultimi 19 mesi. Tale evoluzione di certo non giustifica un eccessivo ottimismo. Il sentiment di mercato potrà restare positivo se le autorità riusciranno nell’ardua impresa di favorire un’“atterraggio morbido” al ciclo economico globale ormai maturo, gettando potenzialmente le basi per una nuova ripresa. Le elevate aspettative del mercato circa le mosse di banche centrali e ministri delle Finanze potrebbero dare luogo ad alcune delusioni (prova ne sia la reazione del mercato dei titoli governativi core la scorsa settimana).

Tuttavia, sembra che almeno alcuni potenziali ostacoli politici siano stati eliminati. Il nuovo governo italiano avrà verosimilmente un atteggiamento meno aggressivo nei confronti di Bruxelles in ambito fiscale. Nel Regno Unito l’attività del parlamento ha recentemente ridotto le probabilità di una Brexit senza accordo il 31 ottobre. Il premier britannico Boris Johnson dovrà trovare una nuova intesa con l’Ue entro il 19 ottobre o chiedere un ulteriore rinvio. Infine, sul fronte commerciale le trattative fra Stati Uniti e Cina lasciano ben sperare.

La settimana prossima

Le banche centrali continueranno a influenzare l’andamento dei mercati finanziari anche la prossima settimana. Negli Stati Uniti, l’attenzione sarà rivolta alla decisione sui tassi che la Federal Reserve prenderà mercoledì. Il mercato monetario Usa stima una probabilità del 95% circa di un secondo taglio “preventivo” dei tassi di 25 punti base, che porterebbe il corridoio target dei tassi sui Fed fund all’1,75-2,00%. In passato, analoghe riduzioni preventive dei tassi USA in contesti non recessivi non hanno mai superato nel complesso i 75 pb.

La Bank of England (BoE) si trova ancora a un bivio. Nonostante l’aumento delle pressioni inflazionistiche interne (fra maggio e luglio il tasso di disoccupazione è sceso al 3,8%, il livello più basso in 44 anni, e la crescita salariale si è attestata al 4,0%, cioè il livello più elevato in oltre 10 anni), giovedì la BoE adotterà probabilmente un atteggiamento attendista data la costante incertezza sul divorzio dall’UE. Un nuovo adeguamento del tasso di riferimento (in una direzione o nell’altra) dipenderà dagli sviluppi sulla Brexit.

Anche se nell’immediato l’economia mondiale chiaramente non è condannata alla recessione, la persistente debolezza degli scambi commerciali e le incertezze sul fronte geopolitico continuano a pesare sull’attività manifatturiera globale. Gli investitori monitoreranno attentamente il settore dei servizi orientati al mercato interno, che sinora ha dato prova di resilienza, in cerca di segnali di contagio. La prossima settimana, i dati sulla produzione industriale nelle principali economie mondiali, in particolare Cina e Stati Uniti, riveleranno se in agosto c’è stata una ripresa come previsto (dati disponibili rispettivamente lunedì e martedì). Martedì l’indice Zew ci dirà se la prima economia dell’area euro, la Germania, è effettivamente entrata in una recessione “tecnica” nel terzo trimestre dell’anno. In Giappone, i dati sull’esportazione (mercoledì) indicheranno probabilmente una crescita moderata del Pil a breve termine. Inoltre, di recente sono emersi timori sulla resilienza dei consumi delle famiglie in vista dell’aumento dell’Iva programmato per ottobre. In tale contesto, giovedì la Bank of Japan dovrebbe confermare l’orientamento accomodante, in linea con le attese, anche se un intervento sui tassi entro fine ottobre non coglierebbe di sorpresa il mercato monetario.

Gli effetti sugli investimenti

Che cosa implica tutto ciò per gli investimenti? Di per sé, l’allentamento della politica monetaria dovrebbe sostenere le asset class più rischiose. Tuttavia ancora non è chiaro se una linea monetaria più morbida sia sufficiente, da sola, a risollevare il sentiment nel lungo periodo, soprattutto in assenza di una ripresa dell’attività economica e degli utili societari. È pertanto opportuno diversificare ampiamente i portafogli e adottare un atteggiamento tattico prudente sugli asset rischiosi nel quadro di un approccio multi-asset, oltre a una selezione titoli attiva come ulteriore fonte di reddito.

Per i portafogli azionari globali, attualmente preferiamo l’azionario Usa in ragione del beta contenuto (sensitività storicamente bassa ai mercati azionari globali) e i settori difensivi. Il tasso di cambio del dollaro Usa si confermerà probabilmente stabile a fronte delle incertezze politiche ed economiche e dell’attesa di politiche monetarie accomodanti sincronizzate a livello globale. In realtà, il dollaro potrebbe apprezzarsi rispetto alle valute dei Paesi asiatici emergenti, ma evidenziare una lieve flessione nei confronti delle divise internazionali detenute come riserva e “beni rifugio” come lo yen giapponese e il franco svizzero.

E’ opportuna un’analisi più attenta, soprattutto quando “non è tutto oro quello che luccica”.

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