Mercati, strade che non portano da nessuna parte

A cura di Didier Saint-Georges, Managing Director e Membro del Comitato di Investimento Strategico di Carmignac

I mesi si susseguono e continuano a offrire lo stesso spettacolo da ormai cinque mesi a questa parte: mercati altalenanti tra l’aspettativa di una prossima ripresa economica, che un accordo provvidenziale tra Cina e Stati Uniti torna occasionalmente ad alimentare, e la constatazione della crescente impotenza delle Banche Centrali di fronte a un rallentamento economico generalizzato di cui hanno perso il controllo.

Un nuovo volontarismo della Bce e alcuni segnali incoraggianti relativi alle tensioni commerciali, hanno praticamente consentito, a settembre, di annullare i danni subìti dai mercati azionari a causa di segnali opposti lanciati a inizio agosto. Tuttavia l’atteggiamento attendista della Fed, accompagnato da un discorso eccessivamente prudente sul taglio dello 0,25% dei tassi di riferimento, e la scarsa capacità di imprimere impulso all’economia di cui la Bce ancora dispone sui mercati, non hanno permesso a questi ultimi di compiere ulteriori passi avanti. Né l’Eurostoxx, né l’indice statunitense S&P500, né l’indice giapponese Nikkei sono riusciti a chiudere il terzo trimestre del 2019 a livelli nettamente superiori a quelli raggiunti alla fine di aprile, a seguito del miglioramento generalizzato di inizio anno. Il dollaro nel frattempo ha continuato a essere sostenuto da una politica monetaria ancora troppo restrittiva negli Stati Uniti, il che giustifica in gran parte la sottoperformance dei mercati azionari emergenti, che rimangono decisamente a livelli inferiori ai massimi registrati nell’anno. I mercati obbligazionari si sono complessivamente consolidati, dopo la fase di ribasso del mese di agosto.

Attualmente l’andamento dei mercati non dovrebbe più riservare sorprese. Di tutte le strade che oggi si presentano agli investitori in questa fase finale del ciclo, nessuna per il momento sembra in grado di condurre molto lontano: le politiche monetarie sono già molto accomodanti a livello globale (quarantatre tagli dei tassi a livello mondiale dall’inizio dell’anno!) e sono prive di efficacia. La Fed è ancora riluttante a optare per un’accelerazione. La Cina non stimola l’economia. Per quanto riguarda le politiche fiscali che contribuirebbero a sostenere il ciclo economico, rappresentano la nuova frontiera delle aspettative macroeconomiche, ma che possono essere superate solo man mano che si produrrà consensus politico, un processo troppo lento per i mercati. Rimane l’unica prospettiva di un accordo commerciale tra Cina e Stati Uniti, al momento razionale per entrambe le parti, e che alimenta l’aspettativa dei mercati di un ultimo rally di fine anno.

Pertanto la fase finale del ciclo si sta prolungando e mantiene gli indici azionari relativamente elevati, contenendo i tassi d’interesse a livelli molto bassi e continuando a giustificare per il momento un posizionamento in base al criterio di massima qualità, sia nell’universo azionario che in quello obbligazionario. Questa forte polarizzazione espone sicuramente al rischio che i titoli ciclici subiscano occasionalmente un rimbalzo sia improvviso che di breve durata, come all’inizio del mese di settembre, ma indipendentemente dagli effetti a breve termine di una realtà politica turbolenta la selezione molto rigorosa dei titoli in una prospettiva di visibilità e di valutazioni, in tutte le asset class, dovrebbe continuare a fare la differenza rispetto agli indici. Alla vigilia dell’ultimo trimestre del 2019, è tempo di iniziare a riflettere sulla configurazione che i mercati potrebbero assumere il prossimo anno. Gli ultimi due anni sono stati contrassegnati da un rallentamento congiunturale che si è sommato a pressioni deflazionistiche strutturali, alimentate da marcati trend demografici e tecnologici, e che risultano accentuate da un livello di indebitamento globale senza precedenti. Nel 2018, questo rallentamento è stato inizialmente gravemente penalizzato dai mercati, poiché le Banche Centrali lo avevano in principio negato prima di riconoscere apertamente il loro errore, e prima che, con una posizione più accomodante, tagliassero in modo molto più marcato i tassi d’interesse, consentendo così ai mercati azionari di registrare una ripresa nel primo quadrimestre del 2019.

L’economia è meno reattiva delle politiche monetarie

Questa boccata d’ossigeno ai mercati non deve tuttavia far perdere di vista il nocciolo della questione: l’economia reale è diventata meno reattiva all’attivismo monetario, di cui sta diventando sempre più chiara l’incapacità di arginare il rallentamento globale in atto, a maggior ragione se il livello di incertezza politica a tutto campo dovesse protrarsi. Di conseguenza il 2020, a differenza del 2019, promette di essere un anno di inversione di tendenza potenzialmente rilevante per i mercati, poiché si dovranno prendere in considerazione nuove strade. Infatti, nel caso in cui non si trovasse nessuna soluzione credibile all’impotenza sempre più evidente delle Banche Centrali, uno scenario di peggioramento macroeconomico inizierebbe a cristallizzarsi con conseguenze prevedibili per gli asset rischiosi. Questa ipotesi non dovrebbe costituire uno scenario di riferimento in questa fase, poiché presuppone un atteggiamento da sonnambuli da parte dei politici: né Donald Trump negli Stati Uniti, né la Fed, né la Cina, né il governo tedesco in Europa hanno interesse a consentire l’avvio di dinamiche recessive nei loro paesi. Ma stiamo in guardia, tuttavia, poiché per definizione gli occhi aperti dei sonnambuli rappresentano solo un’apparente lucidità. Non sarebbe la prima volta che si commettono gravi errori di politica economica.

Un altro scenario prevedibile, a priori più positivo, è quello del ricorso finalmente effettivo a driver fiscali più efficaci. In Europa questa ipotesi coincide con la volontà della stessa Banca Centrale Europea, che si può presumere con certezza non risentirà del passaggio della Presidenza da Mario Draghi a Christine Lagarde. Oltre a un maggiore sforzo fiscale da parte della Germania, la prospettiva di un’unione fiscale all’interno dell’Eurozona, preludio a un vero e proprio bilancio europeo di un certo rilievo, potrebbe infine compiere passi avanti dopo essere stata evitata così a lungo dalle reticenze della Germania. Inoltre, il sostegno della Bce potrebbe più o meno apertamente soddisfare la condizione legata alla possibilità di una ripresa sostenuta da un aumento della spesa fiscale.

Negli Stati Uniti, una ripresa della crescita potrebbe essere ampiamente agevolata da un atto concreto di Donald Trump a favore di un accordo commerciale tra Cina e Stati Uniti, in quanto è emerso chiaramente che l’incertezza politica su questo tema ha fortemente penalizzato le dinamiche degli investimenti delle aziende statunitensi.

Una delle zone d’ombra di questo scenario ottimistico riguarda le tempistiche. Ciò presuppone infatti che le decisioni politiche siano prese in modo sufficientemente proattivo, e non spinte dalle esigenze di economie già eccessivamente indebolite nel loro complesso e sotto la pressione di mercati finanziari in uno stato di stress. Inoltre, si presuppone che Pechino accetterà, non fosse altro che per necessità, di offrire al candidato Donald Trump, alle prossime elezioni presidenziali statunitensi, una via di uscita dalla posizione di massima resistenza alla sofferenza economica come argomento di negoziazione.

Anche se il driver degli stimoli fiscali fosse finalmente innescato dalle politiche, non sarebbe realistico aspettarsi un ritorno pacifico alla “normalità” dei mercati. Al contrario, dopo anni di repressione finanziaria la prospettiva di una radicale inversione di tendenza della politica economica (di cui negli Stati Uniti potrebbe farsi portavoce Elizabeth Warren, una delle candidate democratiche alla Presidenza), metterebbe sicuramente in seria discussione il posizionamento degli investitori, diventato in alcuni casi estremamente polarizzato. Ciò porterebbe probabilmente a una forte ripresa della volatilità di tutte le asset class, comprese le valute.

È importante essere consapevoli del fatto che l’apprezzamento dei mercati azionari nella prima parte del 2019 e successivamente il loro consolidamento negli ultimi cinque mesi, grazie a un calo costante dei tassi d’interesse, hanno rappresentato una fase di tregua dopo il campanello d’allarme lanciato nel 2018. Nel 2020 qualora questo contesto di mercato dovesse protrarsi, sarebbe su un percorso fragile diventato molto angusto, tra uno scenario di recessione e quello di ampi stimoli fiscali. Di conseguenza è legittimo prepararsi sin da ora a una gestione dei mercati che torna a essere più direzionale, in aggiunta alla selezione titoli.

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