Multipli alla mano, Piazza Affari non sfigura. Anzi

Con la fine del terzo trimestre è di nuovo tempo di bilanci in Borsa. In termini di performance nei primi nove mesi di quest’anno brilla, tra tutti i principali listini azionari mondiali, il listino svizzero con l’indice Smi in rialzo di quasi il 14%. Anche se a notevole distanza ben si piazzano però anche l’Eurostoxx 50 (+6,6%) e la Borsa italiana, forte di un Ftse Mib in ascesa del 6,5%. Wall Street? l’S&P è “fermo” al +4,5% e il Dow Jones al +4,2%. In maglia nera invece Tokyo, dove il Nikkei 225 perde oltre il 6 per cento.

Una volta stilata la classifica delle performance, diventa però essenziale tentare di individuare quale indice azionario possa prossimamente regalare qualche ulteriore soddisfazione agli investitori. In quest’ottica, esaminando il consensus sul rapporto tra prezzo e utile (P/E) atteso per il 2020 rilevato da Bloomberg, il paniere azionario (limitandoci sempre a quelli più importanti) al momento in assoluto “meno caro” è l’Hang Seng di Hong Kong con un valore limitato a 10,40 (da inizio anno l’indice segna però un ribasso del -3%) mentre tra i più performanti citati in precedenza spicca proprio Piazza Affari, dove il Ftse Mib vanta un valore di 11,2. Bene, in questi termini almeno, anche lo spagnolo Ibex (12,15). Appaiono invece non certo a buon mercato l’S&P 500 (18,15), lo Smi (16,9) e, nonostante i ribassi, il Nikkei 225 (15,85).

Passando poi all’esame del rendimento del dividendo (dividend yield) medio, su tutti i panieri in evidenza c’è quello di Londra, dove l’indice Ftse 100 mostra una stima del 4,9% (anche in questo rilevata dal consensus per l’anno prossimo rilavato da Bloomberg). E sul secondo gradino del podio per questo ratio c’è il Ftse Mib, forte di un dividend yield atteso del 4,45%.

Cosa dedurre da questo scenario?

Ciò che emerge è che, numeri alla mano, Piazza Affari non è certo da scartare in termini di investimenti rispetto agli altri principali listini azionari mondiali, nonostante tutti i limiti del caso. A partire dall’alta volatilità dell’indice domestico (18,85 il valore di fine settembre contro il 15,5 del Vix, legato all’S&P 500 e benchmark di riferimento a livello globale del rischio nelcomparto azionario) e, in parte, dall’ancora limitata capitalizzazione dei titoli quotati a Milano. Due caratteristiche che ancora frenano gli invistimenti degli istituzionali, specialmente esteri.

Non solo. Tutte le asset class hanno beneficiato e stanno tutt’ora beneficiando delle iniezioni di liquidità delle banche centrali. Tuttavia, questa fase sembra ormai prossima al termine. Così, anche alla luce dei dubbi circa la resilienza del ciclo economico e l’efficacia di nuove misure di stimolo monetario, nonché della persistente incertezza politica, gli investitori dovranno tornare ad adottare un approccio più sensibile al rischio. E in quest’ottica Milano potrebbe soffrire le abitudini del passato, comuni alle Piazze dei cosiddetti Paesi periferici dell’Eurozona.

Gianluigi Raimondi

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