Novelli (Lemanik): l’unico driver di crescita sono gli stimoli fiscali

“I mercati finanziari, intesi come il luogo d’incontro naturale tra domanda e offerta di strumenti finanziari per definirne un valore, sono finiti. Infatti tale valore è ormai definito da forze esterne, come le banche centrali, semplicemente per evitare che il prezzo reale degli asset e il livello dei tassi d’interesse sia definito dal mercato e che potrebbe però produrre un enorme repricing di valore per asset finanziari che non sono più supportati dai fondamentali”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy.

La finanza ha prevalentemente assorbito l’intervento monetario e fiscale ma ora ci troviamo con i mercati totalmente disconnessi dall’economia reale e con il rischio evidente che questa situazione non possa reggere. Continueremo ad aver bisogno del Qe e degli stimoli fiscali per sostenere l’economia e gli stimoli fiscali sono destinati a rimanere per ora l’unico driver di crescita per il prossimo futuro. La politica monetaria da strumento finalizzato a stimolare il credito e la crescita si è trasformato in un mero strumento di protezione del capitale e del risparmio occidentale accumulato in asset finanziari che non rispecchiano più il valore reale dell’economia sottostante.

Il passo di recupero dell’economia sarà condizionato da un crescente trend di insolvenze e ristrutturazione del debito che, in considerazione del colossale livello di debito privato nel sistema, saranno decisamente superiori ai livelli del passato. La repressione finanziaria continuerà a giocare un ruolo predominante sui mercati occidentali e inciderà negativamente sul ritorno del capitale investito. Ci sarà meno mercato, più imposizione fiscale ovunque e costanti interventi pubblici per sostenere imprese “too big to fail”, avviando dunque un processo di intervento statale nell’economia mai visto dal dopoguerra.

“Il Qe in atto negli Stati Uniti condizionerà il mercato del credito in diversi modi: le società che rientrano nei piani di protezione federale riceveranno credito dal sistema grazie a garanzie pubbliche ma quelle escluse saranno esposte a un potenziale credit crunch”, sottolinea Novelli. “Il reale impatto della crisi si farà sentire quando il mercato del credito inizierà a prezzare i tassi di default attesi su tutta una serie di asset e prestiti non protetti dagli interventi recentemente attuati”.

Nel frattempo si intensifica lo scontro geopolitico tra Cina e Usa. I cinesi stanno spingendo su una maggiore integrazione della piazza di Hong Kong con il sistema finanziario interno e puntano a un accordo commerciale di libero scambio con le principali economie dell’Asia. Gli Usa puntano invece a una riduzione del deficit commerciale ma è sempre stato tale deficit la vera arma di dominio economico, finanziario e geopolitico dell’America in Asia. Infatti le importazioni americane sono state uno dei principali fattori di dominio del dollaro in Asia come divisa di riserva. L’Asia detiene le principali riserve valutarie del mondo, in dollari, e un’eventuale introduzione del renminbi come divisa di scambio nel commercio tra Cina e i paesi dell’Asia pone una seria minaccia al dollaro nella regione. Se l’Asia ridimensiona le sue riserve in dollari ci saranno meno flussi d’investimento verso i titoli di stato Usa e la Fed sarebbe costretta ad aumentare l’acquisto di titoli del tesoro stampando ancora più moneta di quanto stia facendo ora.

Il dollaro sembra intanto già avviato verso un deciso indebolimento, al momento determinato dal fatto che l’Europa ha deciso di emettere i tanto attesi Eurobond per rafforzare la tenuta dell’Area euro. Un altro fattore di supporto al dollaro, il rischio di rottura dell’euro, si è ora dissolto e le emissioni tripla A dell’Eurozona (circa 1,7 trilioni di Euro) saranno un forte competitor per i titoli di stato Usa e per i flussi d’investimento verso l’America che, finora, sono stati un fattore fondamentale per il finanziamento del leverage degli Usa. A questo proposito, con una nuova regolamentazione si è stabilito che per le banche Usa non ci sono più limiti nel detenere titoli di stato americani e questo evento chiarisce lo scenario che sta uscendo da questa crisi: monetizzazione del debito Usa, dollaro debole e forte competizione globale per cercare di attirare i capitali mondiali che finora si erano riversati in prevalenza sugli asset americani.

L’America rischia di perdere la partita di tale competizione globale proprio ora che si trova al picco dell’indebitamento e senza un risparmio interno per sostenerlo, risparmio che invece hanno i cinesi, i giapponesi e gli europei. Gli Usa sono probabilmente giunti al giro di boa del trend di crescita basato sulla leva finanziaria. Il dollaro può scivolare verso l’area 1,20/1.22 contro l’euro entro la fine di quest’anno ma è prevedibile un target di 1,45/1,50 entro i prossimi due anni.

“Per quanto riguarda l’enorme massa di debito che circola attualmente nel sistema occidentale, credo che per risolvere il problema sarà necessario un lungo processo di ristrutturazione che inciderà sul passo di crescita dell’economia dei paesi più avanzati e produrrà un contesto di crescita più dipendente dalla politica fiscale e meno da investimenti privati e consumi finanziati dal leverage”, conclude Novelli. “Sarà necessario convertire parte del debito privato in equity e consolidare il debito pubblico nel bilancio delle banche centrali. Solo dopo tale processo le economie occidentali torneranno a crescere in un modo più bilanciato, mentre le economie emergenti avvieranno una fase di decoupling dai consumi Usa: si sganceranno dall’economia Usa per perseguire un modello economico più centrato sulla Cina e sull’interscambio regionale. Le banche centrali continueranno a sostenere gli asset finanziari per evitare il crollo del risparmio e del capitale accumulato dalle economie capitalistiche occidentali, ma l’intero sistema finanziario sembra ormai orientato a un contesto con bassi ritorni sul capitale investito e tassi d’interesse a zero un po’ ovunque”.

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