Petrolio, probabilmente il peggio è alle nostre spalle

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“Esistono ovviamente diverse ragioni per il crollo del prezzo del petrolio, ma ne spiccano soprattutto tre. Anzitutto c’è una spiegazione tecnica. Con la scadenza del contratto per il Wti con consegna a maggio e con la capacità di stoccaggio quasi esaurita nelle ultime settimane, i venditori sono stati costretti a tagliare i prezzi. Un altro fattore riguarda l’offerta e la guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia. Infine, il crollo della domanda. Lo shock di domanda cinese (la Cina è il più grande consumatore di petrolio, con circa 14 milioni di barili al giorno) è stato aggravato dal fatto che la pandemia ha coinciso con le festività del Capodanno cinese”. E’ l’analisi di John Plassard, Investment Specialist del Gruppo Mirabaud.

La scorsa settimana l’Opec aveva confermato “uno shock brutale, estremo e planetario” nel mercato dell’oro nero. In base alle stime pubblicate nel suo report mensile, l’Organizzazione prevede che il consumo mondiale raggiungerà quest’anno i 92,82 milioni di barili al giorno, un calo “senza precedenti” di circa 6,85 milioni di barili rispetto al 2019 (-6,87%).

In termini di crescita, nota Plassard, si stima che in teoria il crollo del prezzo del petrolio porterà a un trasferimento di ricchezza dai Paesi esportatori netti a quelli che sono invece importatori netti; e nel complesso, a un aumento della crescita globale, con un’espansione ulteriore generata da un calo dei prezzi nel secondo gruppo di Paesi superiore all’impatto recessivo nei primi. Le imprese trarranno vantaggio dalla riduzione del prezzo dei consumi intermedi e quindi dei costi di produzione. Sul fronte delle famiglie, il beneficio passa attraverso il calo dei prezzi dei prodotti petroliferi nel paniere di beni, che porta a un aumento del potere di acquisto del reddito disponibile e incoraggia una spesa aggiuntiva.

Per quanto riguarda i settori, secondo l’esperto di Mirabaud i grandi consumatori di petrolio saranno i principali beneficiari: la chimica organica, il trasporto merci su strada, l’industria alimentare e il trasporto aereo dovrebbero registrare gli incrementi maggiori nella produzione o nell’attività. Per questi, il calo del prezzo del petrolio consentirà una ripresa più rapida dei margini. Al contrario, nel comparto dei servizi, che trae beneficio da un maggiore potere d’acquisto delle famiglie, ma che non è un grande consumatore di prodotti petroliferi, si verificherà un aumento della produzione ma nessun miglioramento dei margini. Il trasporto ferroviario invece sarà impattato negativamente: il calo del prezzo del petrolio apre la strada a mezzi di trasporto alternativi.

I rischi per i Paesi produttori

A livello pratico, tuttavia, la situazione è molto più complessa. Infatti, ad oggi i prezzi sono in calo a causa dei timori sulla domanda e non per una decisione deliberata dell’Opec di aumentare la produzione. In sostanza, è la paura di un crollo della crescita (recessione) che sta spingendo al ribasso il petrolio. I Paesi produttori diversi dall’Arabia Saudita hanno molto da perdere. Algeria, Nigeria, Angola, Iraq, Iran, Libia e persino il Venezuela sono quelli che ne risentiranno maggiormente.

Se i prezzi non saliranno rapidamente, alcuni di questi Paesi dovranno sicuramente adottare ulteriori misure di austerità, che potrebbero portare a disordini sociali e politici (già una questione esplosiva in alcuni di questi). Il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, Fatih Birol, ha dichiarato all’inizio dello scorso mese (quando il Wti era a 32 dollari al barile) che l’Iraq avrebbe avuto difficoltà a finanziare i servizi pubblici essenziali come la sanità e l’istruzione.

In Sud America, si stima che Ecuador e Colombia perderebbero più di un punto percentuale del Pil se il prezzo di un barile restasse sui 30 dollari per un anno. Il Messico invece perderebbe mezzo punto di ricchezza nazionale. A differenza dell’Arabia Saudita infatti questi Paesi non possono compensare il calo dei prezzi con l’aumento della produzione.

Questa è una pessima notizia anche per lo shale oil americano. Infatti, le aziende del settore hanno bisogno di vendere il petrolio a 50 dollari per essere redditizie. Anche se non tutte le imprese sono sulla stessa barca, va ricordato che si tratta di un settore fortemente indebitato, il che suggerisce che un prezzo per barile troppo basso per troppo tempo potrebbe innescare molti fallimenti. Se il prezzo dell’oro nero non aumenta in modo sostanziale, si susseguiranno pacchetti di aiuti da parte del governo Usa, per far confluire denaro nel settore.

Probabilmente il peggio è alle nostre spalle“, conclude Plassard. “Come abbiamo visto, molti fattori influenzano il prezzo del petrolio. Eppure, la Cina, in quanto principale consumatore a livello mondiale, resta un elemento chiave. Il bilancio petrolifero cinese è infatti caratterizzato da un consumo di circa 14 milioni di barili al giorno e importazioni di circa 14 milioni di barili al giorno, ovvero il 10% della domanda mondiale. Il rimbalzo dell’attività industriale cinese visto nelle ultime settimane dovrebbe gradualmente far tornare la domanda con la ricostituzione delle scorte”.

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