Quanto sarà “dovish” la Fed?

Donald Trump e il presidente della FED Jerome Powell

A cura di Alessandro Balsotti, strategist di Jci Capital

La consueta riunione del FOMC si concluderà mercoledì sera. Il grosso dell’aggiustamento (ribaltone è forse un termine più adatto) dovish non può che essere alle spalle. L’annuncio di come il processo di riduzione dello stato patrimoniale (Quantitative Tightening) è ormai a verbale dal FOMC di marzo. Anche l’abbassamento dei DOTs non ha più molto da dare. E l’asticella per l’ennesima sorpresa dovish del 2019 sembra elevata: anche se ci siamo allontanati dagli estremi (di tagli scontati dalla curva) di fine marzo, i futures indicano comunque 18bp di taglio (70% di probabilità di una riduzione di 25bp dall’attuale forchetta 2.25%-2.50%) per fine 2019 e 45bp (quasi due tagli) per fine 2020.

Certo, Powell può giocare a rinforzare quello che sembra essere il nuovo mantra, ovvero che il vero mandato della Fed a questo punto non sia più duale ma solo concentrato sul contrastare le spinte deflattive che restano forti anche al cospetto della maturità del ciclo e dell’apparente piena occupazione che le rilevazioni tradizionali (tasso di disoccupazione in primis) sembrano descrivere.

La morte della curva di Phillips (celebrata da tempo da David Zervos di Jefferies nei suoi forse ripetitivi ma meritati ‘victory laps’) non può certo essere ammessa con trasparenza da un’istituzione tradizionale come la Fed, ma i messaggi che giungono dalle sue voci più autorevoli (Clarida, Williams, Evans) sembrano ora più aperti a questa eventualità. Il fatto stesso che a Chicago in giugno si terrà un’attesa conferenza in cui si inizierà a mettere in discussione punti di riferimento, obiettivi e modelli storici della banca centrale ne è una conferma.

Il Governatore avrà d’altro canto la facoltà di sottolineare come nelle ultime sei settimane (dall’ultimo FOMC) i dati economici (US e globali) abbiano mostrato un miglioramento (ma non quelli riguardanti l’inflazione) e di porre l’accento su come, proprio grazie alla spettacolare ripresa dei mercati finanziari e a una curva dei tassi molto più addomesticata e piatta rispetto a quando sei mesi fa toccavamo come ora i massimi all-time di Wall Street, le ‘financial conditions’ siano tornate ad essere estremamente accomodanti dopo i primi mesi del 2019. Nel primo caso (un Powell concentrato sul combattere ad ogni costo le spinte deflattive) il dollaro sarà costretto a cedere almeno parte dei suoi più recenti guadagni. Nel secondo caso (accento sulla resilienza dell’economia e sul miglioramento delle condizioni finanziarie) è presumibile che Wall Street possa concedere un’occasione di acquisto a livelli migliori rispetto agli attuali.

Intanto il Gdp Usa di settimana scorsa è stato notevolmente sopra le attese a 3.2% ma guardando ai dettagli la situazione è meno brillante, con la crescita sostenuta da export e aumento di scorte (componenti meno affidabili per la sostenibilità futura), consumi (che rappresentano il 75% dell’economia US) debolucci e il dato di crescita reale abbellito da un deflatore molto basso (0.7%). Non a caso venerdì il dollaro ha in realtà visto qualche (timida) vendita dopo il dato. Ieri anche il PCE è uscito sotto le attese (1.6% vs 1.7% exp.). Venerdì il rapporto mensile sull’occupazione Usa, con i Payrolls.

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