Recessione ancora lontana negli Usa

Economia USA vulnerabile: serve qualche aiuto

“Il rallentamento economico negli Stati Uniti resta contenuto: sembra che la più grande economia al mondo eviterà una recessione nei prossimi 12 mesi grazie alla politica monetaria accomodante della banca centrale”, afferma Laurent Clavel, Head of AXA IM Research, che di seguito dettaglia la propria view.

Non sorprende che l’economia americana abbia continuato a rallentare dopo la crescita registrata nel 2018 che ha toccato i livelli record in 12 anni grazie agli stimoli fiscali. Al G20 di Osaka di fine giugno sono in parte rientrate le tensioni tra Cina e Stati Uniti, gli “hard data” mensili restano relativamente positivi, mentre la fiducia delle imprese resiste, soprattutto nei servizi.

Fortunatamente la Federal Reserve non deve fare molto per offrire un sostegno efficace. La politica valutaria è neutrale. Un taglio dei tassi di 50 punti base nel secondo semestre del 2019 (il nostro scenario di base) sarebbe sufficiente a entrare in un territorio più tranquillo ed evitare una recessione. C’è però il rischio che questo approccio da parte della Fed incoraggi la politica commerciale aggressiva di Donald Trump, alimentando ulteriori tensioni a livello globale con conseguenze negative soprattutto per l’Europa. Potremmo anche entrare in una specie di circolo vizioso dell’era Greenspan, con i mercati che contano eccessivamente sul sostegno automatico da parte della banca centrale seminando troppa esuberanza in alcuni segmenti dei mercati finanziari.

Eurozona: meno sostegno, più vulnerabilità

Nel frattempo, i dati macroeconomici nell’Eurozona sono stati eterogenei a livello degli indicatori e dei singoli Paesi. Mentre l’indice PMI composito per l’intera regione ha segnato il massimo in otto mesi, gli indicatori manifatturieri in Germania continuano a scendere e il mercato del lavoro dà qualche segnale di cedimento, con il calo delle assunzioni previste e l’aumento della disoccupazione. È difficile dire se la Germania entrerà in recessione, tuttavia noi crediamo che l’Eurozona eviterà il peggio grazie a una domanda robusta, soprattutto in Francia e Spagna. Gli scambi commerciali netti e il settore industriale continueranno invece a gravare sulla crescita dell’Eurozona, poiché la ripresa in Cina non si è ancora consolidata.

Questa frenata dell’economia, abbinata all’allentamento estivo della Fed, sta mettendo sotto pressione la BCE affinché introduca una qualche forma di sostegno monetario. Ci aspettiamo (ed è già stato scontato) un taglio del tasso sui depositi di 10 p.b. a settembre, annunciato a luglio. Siamo però più prudenti in merito alle prospettive di un imminente rilancio del Quantitative Easing da parte della BCE.

Riprende il conto alla rovescia per la Brexit

Il 23 luglio Boris Johnson, ex Segretario degli esteri e sostenitore della campagna per la Brexit, è diventato il leader del partito conservatore e dunque il nuovo Primo ministro britannico. È riuscito nel tentativo di convincere circa 160.000 membri del partito conservatore a votarlo, promettendo che il Paese lascerà inequivocabilmente l’Unione Europea il 31 ottobre, anche qualora non venisse raggiunto un accordo. L’impegno politico preso e l’ostinazione preoccupano osservatori e mercati, visto che non sembra praticabile trovare un accordo alternativo in così poco tempo.

Il Parlamento britannico ha dichiarato ripetutamente di essere contrario, a maggioranza, a un’uscita dell’unione senza accordo, tuttavia la determinazione del Parlamento non è però molto rassicurante, dato che il “no-deal” non è una decisione soggetta ad approvazione parlamentare ma semplicemente un esito inevitabile se non si interverrà proattivamente prima della scadenza del 31 ottobre.

Dobbiamo farci prendere dal panico? Non è la prima volta che ci troviamo in questa situazione: un vicolo cieco, l’impossibilità di trovare un compromesso, un nuovo conto alla rovescia per la Brexit e un Paese che scivola passivamente verso il no dealIo credo che anche questa volta il Regno Unito eviterà la Brexit. Si potrebbe andare alle elezioni, sebbene l’esito sia imprevedibile (come nel giugno 2017), con campagne ancora da definire. La saga della Brexit continua.

Un’asset allocation prudente punta sul carry

Secondo le previsioni, gli utili globali si stabilizzeranno al 4%, dunque le valutazioni azionarie non sono particolarmente tirate (coi multipli vicino alle medie a lungo termine). Ciononostante manteniamo un approccio prudente sul mercato azionario, per diverse ragioni. Primo, la fiducia degli investitori sembra dipendere dalle dinamiche (geo)politiche altalenanti. Secondo, nonostante il sostegno dichiarato da parte della Fed, i prezzi del mercato lasciano spazio a possibili delusioni sul fronte della comunicazione. Terzo, e in termini relativi, preferiamo ancora una moderata propensione al rischio sul credito, in particolare nel segmento high yield e nel debito dei mercati emergenti, a fronte di uno scenario Goldilocks che delinea una crescita modesta ma persistente, bassa inflazione e allentamento monetario.

Nel reddito fisso, conserviamo un approccio costruttivo sul rischio di duration nel medio e più lungo termine mentre la Fed inizia il suo ciclo di allentamento a scopo “assicurativo” (e la BCE seguirà l’esempio), mentre le pressioni inflazionistiche sono scarse e infrequenti. Detto questo, a fronte dei livelli bassissimi degli yield su scala globale, siamo consapevoli del rischio di una mini correzione dei tassi nel breve termine, accompagnata da una limitata correzione degli strumenti più esposti al rischio, un mini “rate tantrum”. Potrebbe accadere qualora la Federal Reserve si impegnasse a tagliare i tassi in modo aggressivo per abituare i mercati ai previsti cinque tagli nei prossimi 18 mesi. In ogni caso, considereremmo tale correzione come un’opportunità di incrementare il rischio di spread a livelli più convenienti, mentre lo scenario macroeconomico per lo spread carry resta particolarmente favorevole.

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