Recovery fund, l’Europa batte un colpo

Open Doors Day in Strasbourg. Raising of the flags - Opening ceremony.

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management

Non è più questione di quanto in basso sprofonderemo, ma di quanto a lungo stazioneremo sul fondo prima di ricominciare a salire. Detto in altri termini, il mercato ha metabolizzato l’eventualità di avere una recessione violenta e rapida come non ne abbiamo mai sperimentate in passato, purché poi il rimbalzo economico sia altrettanto perentorio.

A spaventare, più dell’entità della discesa, è infatti il rischio che la recessione si protragga eccessivamente nel tempo, oltre il secondo trimestre di quest’anno, e che un eventuale fallimento dell’esperimento della Fase2 (non sono incoraggianti da questo punto di vista i dati epidemiologici degli ultimi giorni in Cina, Germania e Svezia, i Paesi che per primi hanno allentato le misure di ‘lockdown’) e una seconda ondata di pandemia facciano assumere all’andamento dell’economia, invece della famosa forma a “V”, una dinamica più smussata, a “U”, in grado di produrre danni permanenti all’economia e agli utili aziendali.

Con quest’ottica si spiega il comportamento dei mercati delle ultime settimane, poco, se non per nulla, reattivi ai dati economici estremamente negativi che hanno fotografato una situazione di massima urgenza. Basti pensare alla compostezza, o perfino indifferenza, con cui hanno assimilato i 20 milioni di posti di lavoro andati perduti ad aprile negli Stati Uniti; di fatto, in un solo mese sono stati distrutti i posti di lavoro creati nel corso del decennio precedente, con la disoccupazione risalita vertiginosamente da un livello prossimo al 4% fino a quasi il 15%. Eppure, come detto, in questa, come in altre circostanze, i mercati hanno reagito in molto ordinato, dimostrando di aver sviluppato, loro sì, una certa immunità al Covid-19.

Nella loro resilienza, i mercati traggono coraggio in modo fondamentale dalle massicce misure di politica economica, sia monetaria sia fiscale, adottate da banche centrali e governi di tutto il mondo che non solo limitano l’impatto economico della pandemia, ma che rappresenteranno anche il propulsore della ripresa, man mano che l’attenuazione del distanziamento sociale la rende plausibile.

Il recovery fund franco-tedesco

Da questo punto di vista, in settimana è arrivata un’importante novità, in grado di imprimere una svolta decisiva nell’assetto politico ed economico europeo: Merkel e Macron hanno infatti raggiunto uno storico accordo su una formula di recovery fund, che riteniamo più significativo rispetto alla bozza di inizialmente prevista da Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea. Si tratta di una manovra di trasferimenti a fondo perduto pari fino a 500 miliardi di euro a sostegno delle regioni e dei settori più duramente colpiti dalla pandemia e dalla conseguente crisi, di cui, secondo le nostre prime valutazioni, all’Italia dovrebbe spettare fino al 20%, il che equivale a circa 100 miliardidi euro di debito pubblico risparmiato nel 2020-21 (in base ai tempi di attivazione). Nella versione delineata nell’intesa franco-tedesca, il recovery fund si appoggerebbe al bilancio settennale dell’Unione Europea (Multiannual Financial Framework, Mff) e assumerebbe, di conseguenza, lo schema di bassa condizionalità delle risorse tipico del bilancio comunitario.

Finanziate tramite l’emissione di debito da parte della Commissione, le risorse dovranno essere restituite dai singoli Stati con una modalità che presenta un duplice vantaggio per l’Italia. In primis, una tempistica molto lunga (immaginiamo almeno 15 anni). In secondo luogo, gioca a favore del nostro Paese anche l’applicazione della proporzionalità di partecipazione al bilancio comunitario, per cui ogni Stato dovrà restituire i fondi in base alla propria quota di partecipazione al bilancio (circa il 12% per l’Italia). In sostanza, per l’Italia vorrebbe dire avere accesso a 100 miliardi di euro subito, per restituirne 60 miliardi (il 12% dei 500 miliardi complessivi) in 15 anni.

A questo punto, perde parzialmente di rilevanza il Mes, nonostante la possibilità di combinazione con l’Omt della Bce lo renda sicuramente un ottimo calmante per il mercato, un difensore di ultima istanza del Btp contro i dubbi riguardo alla sostenibilità del debito. Secondo gli ultimi dettagli forniti dalla Commissione Europea, le linee di credito del Mes vengono rese disponibili per un anno e sono rinnovabili due volte per ulteriori sei mesi, al termine dei quali verrà predisposto il piano di rimborso, che potrà avere una durata massima di 10 anni; ogni Paese può ricorrere a tali fondi, il cui costo è prossimo allo 0%, fino ad un massimo del 2% del proprio Pil, quindi fino a 36 miliardi di euro per l’Italia.

Tuttavia, come detto, questo nuovo strumento del recovery fund, se in fase di negoziazione con i Paesi propensi all’austerità (Austria, Olanda, Danimarca, Svezia) non perderà le caratteristiche delineate nell’accordo tra Francia e Germania, assumerebbe chiaramente un ruolo prioritario all’interno del pacchetto di stimoli della regione. Si tratta di un passo deciso in avanti verso una maggiore integrazione sotto il segno della solidarietà. L’Europa ha finalmente battuto un colpo deciso, ora bisognerà solo aspettare per vedere come e quando questa importante dichiarazione di intenti si tramuterà in sostanza.

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