Tempi ancora incerti per l’oro, meglio restar prudenti

A cura di Nevine Pollini, Senior Analyst Commodities di Union Bancaire Privée
A seguito dell’incontro del FOMC della Federal Reserve del 17-18 marzo, che ha ridotto le aspettative di un rialzo dei tassi in primavera, l’oro ha registrato una fase rialzista lunga tre settimane. Il governatore Janet Yellen ha tolto la parola “pazienza” dal comunicato sulla politica monetaria, e ha dichiarato che un eventuale rialzo dei tassi sarà graduale e dipenderà da ulteriori segnali positivi del mercato del lavoro. Il FOMC ha anche tagliato le stime di crescita e di inflazione dell’economia USA.
I prezzi dell’oro sono stati supportati anche dal riemergere delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente (in particolare in Yemen) e dalla costante incertezza sulla capacità della Grecia di onorare i propri debiti (la prossima scadenza è a inizio luglio). Tuttavia, il principale fattore di supporto è stato costituito dai deludenti dati macroeconomici americani, per esempio l’ISM non-manifatturiero e i payroll non agricoli, che minacciano di far ritardare i piani della Fed sul rialzo dei tassi e hanno causato una massiccia copertura delle posizioni short, che per l’oro erano su livelli record.
Sfortunatamente per gli investitori rialzisti sull’oro, l’euforia ha avuto vita breve. Mentre scriviamo, il dollaro è risalito e i prezzi dell’oro fanno fatica a stare sopra i 1.200 dollari, soglia fisiologica e tecnica dopo la pubblicazione dei verbali dell’incontro del FOMC. La relazione ha rivelato che nonostante i funzionari siano divisi su quando aumentare effettivamente i tassi – il presidente della Fed di New York W. Dudley ha dichiarato che non è chiaro quando, ma che “un aumento dei tassi in giugno è ancora possibile”, mentre il presidente della Fed di Minneapolis ha dichiarato che si dovrebbe aspettare la seconda metà del 2016 – diversi partecipanti erano favorevoli a mantenere la data di giugno, ritenendo che gli ultimi dati economici siano stati abbastanza positivi (l’indice PMI, per esempio) e che gli indicatori sicuramente miglioreranno. Alcuni operatori credono, ad esempio, che il dato sui payroll non-agricoli di marzo, peggiore delle attese, sia da attribuire al maltempo. Oggi, secondo i future sui tassi Fed, le aspettative di un aumento dei tassi in giugno si attestano al 18%, scese rispetto al 40% di inizio anno.
Inoltre, a pesare sui prezzi del metallo giallo è il fatto che il costo di produzione onnicomprensivo, che tende a dare sostegno alle quotazioni, è ora sceso a 1.050 dollari dai circa 1.180-1.200 del 2014, in quanto l’abbassamento dei prezzi dell’energia ha ridotto i costi di produzione dell’oro. Il supporto della curva dei costi è quindi più basso ora. Ultimamente sui giornali si son letti numerosissimi articoli su come i produttori di oro abbiano tagliato le spese per capitale di circa il 50% in media da inizio 2013 e su come una contrazione dell’offerta alla fine aiuterà a far crescere le quotazioni. Crediamo che ciò possa essere vero, ma riteniamo che questo possa solamente frenare un ulteriore calo dei prezzi e non darà effetti nel settore per almeno altri due-tre anni.
Al momento l’oro continua a non essere appetibile: il dollaro ha un supporto forte (anche se ha registrato una correzione) e l’inflazione globale è bassa. Gli investitori non sono quindi incentivati a comprare il metallo giallo come copertura dall’aumento dei prezzi. Inoltre, una rinnovata propensione al rischio ha spinto il rally dell’azionario vicino ai massimi di sempre.
Non crediamo che il programma di quantitive easing della BCE, avviato il 9 marzo, aiuterà l’oro, come neanche l’inaspettato taglio dei tassi da parte della Reserve Bank of India il 4 marzo. La nostra posizione sull’oro è perciò ancora prudente, e crediamo che i prezzi resteranno tra i 1.100 e i 1.300 dollari l’oncia nel 2015, a condizione che le tensioni geopolitiche non peggiorino ulteriormente.