Trade war? Agli Usa non conviene. Ecco i vincitori e i vinti

La trade war non fermerà Cina e Paesi emergenti, ma stimolerà lo sviluppo dell’automazione industriale. Ad affermarlo è Kim Catechis, Head of Emerging Markets di Martin Currie (Legg Mason), che di seguito illustra nel dettaglio la propria visione.

  • Lo sconvolgimento delle catene di fornitura spinge le aziende verso l’automazione.
  • Entro il 2025 il commercio tra paesi emergenti supererà quello tra paesi sviluppati. L
  • e guerre commerciali non sono né rapide né semplici da vincere.
  • Lungi dall’essere gloriosi e adrenalinici scontri di cavalleria, assomigliano più a lente e faticose battaglie di trincea.
  • Tutti gli attori coinvolti ne soffrono.
  • Il Paese che alla fine prevale tende ad essere quello la cui popolazione ha la soglia di sopportazione più alta, perché i governi, per continuare nello scontro, hanno bisogno dell’appoggio dell’elettorato.

Sotto molti aspetti, gli USA godono di un importante vantaggio strutturale in questa guerra commerciale. Sono la più grande economia del mondo, dispongono di molte risorse, rappresentano un mercato attraente, e possono contare su importanti capitali umani e finanziari. Ma hanno anche dei punti deboli, e uno in particolare: la trasparenza. Sono infatti un paese ricco di potenziali bersagli, il che rende facile all’avversario identificare aree economiche da colpire per produrre il massimo danno, come abbiamo potuto vedere recentemente con il record di fallimenti tra i produttori di soia.

Conseguenze volute (e non)

In genere, i dazi sui prodotti finali sono motivati dalla volontà di innescare una sostituzione delle importazioni. Al contrario, i dazi sui beni intermedi sono meno efficaci a questo scopo, perché rendono i calcoli più complessi.

L’acciaio è un buon esempio in questo senso. I dazi sull’acciaio hanno aiutato i produttori americani e i lavoratori del settore, ma non senza costi. Non appena le nuove barriere commerciali sono entrate in vigore (nel marzo 2018) i produttori di acciaio americani hanno alzato i prezzi al livello dei dazi, mentre i produttori stranieri non hanno abbassato i loro prezzi. Nel settore automotive USA, General Motors si è storicamente comportata da “buona cittadina”, acquistando l’80% dell’acciaio da produttori americani. Nello svolgere questo servizio alla nazione, però, GM è stata penalizzata, perché in virtù dei dazi ha dovuto pagare come se stesse acquistando il 100% del suo acciaio dall’estero, con un innalzamento dei costi pari – secondo alcune stime1 – a circa 1 miliardo di dollari.

Nell’ottobre del 2018 GM ha offerto le dimissioni volontarie a 18.000 lavoratori, e a novembre l’azienda ha annunciato l’intenzione di chiudere 5 stabilimenti in Nord America (di cui 4 negli USA).

In un recente studio, Amiti, Redding e Weinstein hanno rilevato come nel 2018 i dazi siano stati completamente assorbiti nei prezzi finali dei beni importati. Nel complesso, hanno scoperto che l’intero peso dei dazi è ricaduto sui consumatori americani, con una perdita di reddito reale pari a 1,4 miliardi di dollari al mese dalla fine del 2018.

Un altro studio, a firma di Fajgelbaum, Goldberg, Kennedy e Khandelwal, ha evidenziato un interessante pattern geografico e politico nella guerra commerciale. Essenzialmente, i dazi americani hanno portato i maggiori benefici nelle contee dove vivono i lavoratori del settore dell’acciaio, in aree di stati quali il Michigan, l’Ohio, la Pennsylvania e il Wisconsin, dove tradizionalmente il partito repubblicano non è dominante.

Al contrario, l’impatto negativo dato dalle risposte straniere ai dazi è stato avvertito in maniera sproporzionata in contee tradizionalmente repubblicane di stati come l’Iowa, il Nord e il Sud Dakota e il Nebraska, dove si concentra la produzione agricola.

Naturalmente, ciò è dovuto all’azione mirata e precisa della Cina e di altri paesi colpiti dai dazi su acciaio e alluminio. Gli autori concludono che la perdita di benessere aggregata sia stata pari a 7,8 miliardi di dollari, ma estremamente concentrata a livello geografico.

In generale, si registra sempre un effetto a cascata sui consumatori, a causa del maggior prezzo dei beni. Le politiche industriali di solito non ricevono benefici da dazi sui beni intermedi. Se l’intento è quello di promuovere la crescita del settore manifatturiero, è bene mantenere bassi i costi di beni intermedi e componenti, per battere la concorrenza. Mettendo dazi sui beni intermedi, invece, si obbligano le aziende a pagare di più per ottenerli, rendendole automaticamente meno competitive nel panorama globale. Per questo motivo, idealmente parti e componenti non dovrebbero essere soggette a dazi.

Chi vince allora nella guerra commerciale?

Il Vietnam

Gli investimenti diretti dall’estero (FDI) di solito arrivano a ondate, in genere guidati da aziende manifatturiere a caccia di maggior efficienza produttiva. In ogni caso, la decisione di delocalizzare in certi paesi non è guidata solo dal costo del lavoro, altrimenti Haiti sarebbe già diventata un centro nevralgico del settore manifatturiero occidentale. Il Vietnam è molto indietro alla Cina per quanto riguarda la capacità di attrarre investimenti esteri ma, nel clima attuale, il fatto che sia un attore diverso dalla Cina diventa importante. Hanoi sta giocando abilmente le proprie carte, rimanendo membro del CPTPP (Comprehensive and Progressive Trans Pacific Partnership) e impegnandosi a rispettare gli standard per la protezione della proprietà intellettuale, la composizione delle controversie e l’apertura del mercato. Non sorprende quindi che sia il principale beneficiario dei recenti riposizionamenti delle catene di fornitura in Asia. Risultato: una sostanziosa spinta al Pil per il prossimo decennio.

Automazione industriale e 5G

Le dispute commerciali stanno fungendo da catalizzatrici per un nuovo slancio nello sviluppo dell’automazione industriale, come metodo per eludere dazi e sanzioni. Per le aziende che stanno rivedendo l’organizzazione della loro catena del valore, la decisione di impiegare robot, stampanti 3D e in generale di migliorare l’automazione dei processi industriali risulta più immediata. L’elemento chiave è costituito dalla tecnologia, in particolare dall’utilizzo del 5G. Come abbiamo già detto in passato, questa tecnologia è un prerequisito essenziale per lo sviluppo di tutti gli aspetti dell’automazione industriale, del machine learning e quindi dell’intelligenza artificiale. Dunque, tra i chiari vincitori ci saranno i produttori di chip di alta qualità, come TSMC, Samsung Eletronics, SK, Hynix e Qualcomm. Altri vincitori potrebbero essere i consulenti specializzati e gli sviluppatori di software come EPAM o TC e, infine, anche quelle società di ingegneria civile coinvolte nei progetti per la costruzione di nuovi impianti e centri logistici.

Aziende specializzate in intelligenza artificiale

Sempre di più il Congresso americano sta accettando l’idea, diffusa negli ambiti dell’intelligence e della difesa, secondo cui la Cina rappresenta la più importante minaccia economica, militare e – virtualmente – esistenziale per gli interessi degli Stati Uniti. E l’intelligenza artificiale sembra essere il campo in cui la Cina sta accumulando vantaggio. È chiaro dunque che, se c’è un settore in cui si percepisce l’urgenza di creare dei campioni nazionali, è quello dell’intelligenza artificiale. Ogni azienda credibile in questo campo disporrà di facile accesso a finanziamenti e di protezione da possibili acquirenti esteri.

Specialisti di diritto commerciale

Più c’è instabilità e incertezza intorno alle politiche commerciali, meglio è – come ovvio – per questo particolare settore delle professioni legali.

Chi perde?

La Unverified list dell’US Commerce Department

Lo US Commerce Department si riserva il diritto di mettere in una black list le società straniere che, a suo parere, non agiscono in buona fede e potrebbero rappresentare una minaccia alla sicurezza. Di recente il Bureau of Industry and Security ha pubblicato una lista di 51 aziende che sono state inserite nella cosiddetta Unverified List. 37 di queste società sono cinesi, 7 sono basate a Hong Kong, una è indonesiana, due sono malesiane e 4 hanno base negli Emirati Arabi. L’impatto è stato immediato perché tutte le aziende americane e anche molte aziende fuori dagli States hanno tagliato i loro legami commerciali con quelle società, per evitare sospetti di colpevolezza per associazione.

Il Regno Unito

Nel corso degli anni ’80, circa 1.000 società giapponesi come Nissan, Honda e i loro fornitori hanno impiantato fabbriche nel Regno Unito, per poter accedere al mercato europeo attraverso un Paese con costi sociali e regolamentazione del lavoro più leggeri rispetto ad altri paesi europei. Dopo la firma dell’accordo di libero scambio tra UE e Giappone, e in vista della Brexit, questi gruppi potrebbero (e in parte lo hanno già fatto) rilocalizzare i propri stabilimenti manifatturieri in Giappone. Il Regno Unito ha perso per loro la sua utilità.

Al momento, la gamma di possibili scenari della Brexit rimane troppo ampia per poter ipotizzare quale sarà il risultato finale. È sufficiente dire che – a prescindere dalla propria posizione – gli investitori dovrebbero vedere qualsiasi risultato che ponga fine all’appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea come un peggioramento delle prospettive commerciali ed economiche. Questo non solo perché il Regno Unito è un’economia di media grandezza, che si ritroverà in posizione di debolezza nel trattare con paesi più grandi, ma anche per gli effetti sul dibattito pubblico britannico che, in occasione di un negoziato commerciale, le richieste avanzate da altri paesi potrebbero avere.

Nel caso di trattative con gli USA, ad esempio, il Regno Unito dovrebbe permettere una partecipazione diretta dei privati nel sistema sanitario nazionale, la vendita di pollame trattato con il cloro, prodotti agricoli OGM, tutte questioni su cui l’elettorato inglese si è sempre mostrato contrario. Nel caso dell’India, invece, la richiesta potrebbe essere di permettere l’ingresso senza visto ai cittadini indiani, e in generale di consentire la libera circolazione delle persone, condizioni che i promotori della Brexit non tollererebbero.

Lavoratori poco specializzati

Una delle lezioni ricorrenti nella storia è che, in ogni società, i benefici dell’automazione tendono a favorire una piccola minoranza dei lavoratori, principalmente quelli più specializzati e meglio pagati. Questo fenomeno finisce per innescare quindi maggiori disuguaglianze. I paesi con un impegno serio e credibile verso il miglioramento dell’istruzione e dell’educazione sono in posizione migliore per gestire questi cambiamenti. Quelli che invece sono indietro da questo punto di vista, o non se ne stanno preoccupando , sono destinati ad andare incontro a delle difficoltà. Per gli investitori ne consegue che una corretta due diligence riguardo questi paesi richieda, come minimo, di avere sufficienti informazioni sulla probabile stabilità politica e sociale del paese in questione.

Conclusioni

Il grande modello del commercio internazionale trainato dalla globalizzazione – costruito dopo la seconda guerra mondiale – è ufficialmente terminato, almeno nella forma in cui l’abbiamo conosciuto.

Il volume degli scambi tra paesi sviluppati e paesi emergenti sembra destinato a diminuire. Al suo posto ci sarà una combinazione di maggior automazione, machine learning, intelligenza artificiale e stampa 3D, facilitata dall’adozione del 5G e stimolata da una mancanza di chiarezza sulle politiche commerciali, a mano a mano che un numero maggiore di paesi sviluppati viene trascinato nella trade war.

Gli scambi tra paesi emergenti, tuttavia, rappresentano oggi il 39% del commercio mondiale e sono cresciuti nell’ultimo decennio a un tasso annuo composito del 2,9%. Gli scambi tra economie avanzate, dal canto loro, sono cresciuti appena dell’1,1% nello stesso periodo. Viste le dimensioni della Cina, il suo tasso di crescita e la scala delle infrastrutture che grazie alla Nuova Via della Seta faciliteranno il commercio con più di 80 paesi, è molto probabile che il commercio tra paesi emergenti supererà quello tra paesi sviluppati entro il 2025.

Per finire, sottolineiamo come a nostro parere sia molto improbabile che la guerra commerciale finirà per ridurre il deficit commerciale tra USA e Cina, né otterrà l’esito di frenare lo sviluppo cinese. In ultima analisi, una leadership univoca e stabile, le economie di scala, una popolazione sempre più istruita e mercati domestici molto dinamici consentiranno al governo di Pechino di accelerare ulteriormente la sofisticazione tecnologica del gigante asiatico.

Commenta per primo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà mostrato.


*