Trump contro la Fed, un giorno di ordinaria follia

A cura di Aqa Capital

William Foster: «Ho superato il punto di non ritorno. Sai qual è? È il punto in cui, in un viaggio, è più conveniente proseguire che tornare indietro»

Citazione tratta da “Un giorno di ordinaria follia”, film del 1993 di Joel Schumacher

Con Mario Draghi la Banca Centrale Europea ha superato un punto di non ritorno? A giudicare da Christine Lagarde, nominata a succedergli alla presidenza dell’istituto, sembrerebbe di sì: è più conveniente proseguire con la linea del banchiere italiano piuttosto che tornare indietro. E la pensano così i mercati che non ipotizzano grandi cambiamenti all’orizzonte. Sia recentemente che in passato, infatti, in qualità di direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde si è espressa più volte a favore della necessità di politiche monetarie accomodanti. A maggior ragione tenendo conto del rallentamento economico in corso, delle incertezze che pesano sulla Brexit e di qualche tensione politica europea.

E soprattutto delle problematiche circa il commercio mondiale. Nella guerra commerciale tra Usa e Cina sono ancora molte le incognite, anche se qualche passo in avanti è stato fatto. Infatti, dopo l’incontro al G20 di Osaka (Giappone) tra il presidente americano, Donald Trump, e il suo omologo cinese, Xi Jinping, sono stati evitati i dazi aggiuntivi al 10% su altri 325 miliardi di dollari di importazioni da Pechino. Ma il punto di non ritorno sulla via di una pace definitiva deve essere ancora raggiunto.

Nel frattempo Donald Trump ha alzato il tiro contro l’Europa: gli Stati Uniti sono tornati a minacciare nuove tariffe su prodotti Ue per altri 4 miliardi di dollari (come pasta, formaggi e whiskey irlandese). L’eventuale provvedimento sarebbe una ritorsione per gli aiuti europei ai velivoli commerciali. Da molti anni, infatti, Washington e Bruxelles si accusano reciprocamente di sostenere con sussidi pubblici i propri colossi dell’aviazione, ovvero la statunitense Boeing e il consorzio europeo Airbus. I mercati sperano che gli States capiscano che è più conveniente proseguire (sulla via delle trattative) che tornare indietro.

Dal punto di vista macroeconomico, nel Vecchio Continente, sono emersi nuovi segnali di rallentamento. L’indice Pmi manifatturiero dell’Eurozona definitivo di giugno, elaborato da Ihs Markit, si è attestato a 47,6 punti, in lieve calo dai 47,7 punti registrati a maggio. Il risultato è al di sotto alle stime preliminari e anche al consenso, entrambi a 47,8 punti.

L’economia degli Stati Uniti, invece, continua a correre a passo spedito: a giugno ha creato 224 mila posti di lavoro nei settori non agricoli, un risultato superiore al consenso (la stima era di un incremento di 165 mila unità). I nuovi posti di lavoro generati dal settore privato sono invece stati pari a 191 mila unità. Sempre nel mese di giugno, il tasso di disoccupazione è cresciuto al 3,7%, oltre le previsioni che speravano in un dato stabile al 3,6%.

Il risultato relativo ai nuovi posti di lavoro nei settori non agricoli di maggio, invece, è stato rivisto al ribasso da +75 mila a +72 mila. Cresce meno del consenso, che attendeva un aumento su base mensile dello 0,3%, la retribuzione media oraria (+0,22%), monitorata dalla Fed in ottica inflazione.

I dati, sostanzialmente positivi, hanno però mandato in ribasso i mercati perché vedono allontanarsi il possibile taglio dei tassi da parte della Federal Reserve. Sotto i riflettori degli investitori c’è la pubblicazione, attesa per mercoledì, dei verbali della riunione di giugno dell’istituto. L’attenzione dei mercati sarà poi rivolta al discorso che il governatore, Jerome Powell, terrà al Senato e alla Camera. Donald Trump, nel frattempo, è tornato ad attaccare la banca centrale: «Se avessimo una Fed che tagliasse i tassi andremmo come un razzo, ma stanno tenendo un livello molto alto di tassi che non è necessario», ha dichiarato nei giorni scorsi durante un incontro con i giornalisti alla Casa Bianca. Il presidente americano ha inoltre aggiunto che «purtroppo abbiamo una Fed che non sa quello che sta facendo». Il punto di non ritorno sul taglio dei tassi, insomma, non è stato oltrepassato e, anzi, i dati macro lo hanno allontanato.

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