Unicredit paga lo scotto della trimestrale

I conti del secondo trimestre di Unicredit, chiusi con utile netto rettificato in crescita tendenziale dell’1% a 2,2 miliardi (3,2 miliardi se si tien conto anche della vendita di un 17% di FinecoBank effettuata a inizio maggio) hanno deluso le attese, facendo scattare nuove vendite sul titolo che anche oggi apre debole, calando sotto i 9,7 euro per azione. Su questi livelli il titolo segna un calo di quasi il 35% rispetto a 12 mesi fa, avendo ormai più che azzerato il recupero visto nella prima parte del 2019 (-2% da inizio anno circa se la chiusura restasse sui livelli visti in avvio di giornata). Eppure i conti non sono stati così disastrosi.

La trimestrale di Unicredit

Il secondo trimestre ha registrato un calo del margine d’interesse del 2,1% anno su anno e delle commissioni del 3%, in particolare a causa di un andamento delle attività di trading inferiore alle previsioni (0,7 miliardi di ricavi nel semestre, -11% anno su anno), che ha portato l’istituto a rivederne al ribasso le previsioni anche per i trimestri futuri. Limate anche le indicazioni sui ricavi, portate da 19 miliardi a18,7 miliardi (-1,6%), mentre sono stati confermati gli obiettivi di costo del rischio (55 punti base) ed utile netto normalizzato (4,7 miliardi), grazie anche ad un tax rate visto in calo nella seconda parte del 2019.

Nessun particolare problema sul fronte patrimoniale, con un Cet1 ratio “fully loaded” calato al 12,08% (18 punti base meno di fine marzo) col Tier1 al 13,63% e il Total capital al 16,21%, in tutti i casi ben oltre i requisiti Srep (Cet1 ratio al 10,07%, Tier1 al 11,57%, Total capital al 13,57%). Migliora anche la qualità del credito, con esposizioni deteriorate lorde calate del 19,2% su base annua a 34,4 miliardi e quelle nette scese a 13,4 miliardi (le sole sofferenze lorde sono calate del 20,5% a 19,1 miliardi). Il rapporto tra crediti deteriorati lordi e totale crediti lordi cala così al 7% (dal 8,8% di un anno prima), con un tasso di copertura salito al 61%.

Le parole di Mustier

La sensazione, dalle parole dell’amministratore delegato Jean-Pierre Mustier, è peraltro che Unicredit sia rimasta leggermente indietro rispetto ad altri concorrenti italiani nel processo di de-risking, che quindi continuerà a impattare sui risultati ancora per alcuni trimestri a venire. Sempre Mustier rispondendo in conference call a una domanda circa l’ipotesi di creazione di una sub-holding in Germania, ha ribadito che la sede del gruppo “rimarrà in Italia e il titolo resterà quotato a Milano”. Il che non significa evidentemente che una modifica della struttura del gruppo non possa essere annunciata in occasione di un capital market day a inizio dicembre quando sarà annunciato il nuovo piano strategico.

Mustier ha anche chiarito che la banca, avendo una situazione di liquidità “più che solida”, non prenderà parte alla prossima Tltro della Bce previsto in autunno. Nel complesso, il titolo resta interessante e gli investitori più avvezzi al rischio potrebbero valutare qualche acquisto su debolezza, dato che il management sembra aver posto le basi per un recupero di redditività in grado di portare nei prossimi anni ad un incremento sostenibile del dividendo, mentre anche la qualità dell’attivo dovrebbe continuare a migliorare.

Il quadro tecnico di Unicredit

Nell’immediato gli analisti tecnici segnalano come il titolo resti in un trend decisamente negativo, con primi supporti in area 9,50-9,25, con possibile estensione del movimento fino ai 9,15 euro. Considerato che il target price di consenso resta in area 14,8 euro per azione, se il titolo scendesse attorno a tali livelli il potenziale rialzista di un successivo rimbalzo sarebbe dunque consistente (superiore al 60%). Anche il dividendo atteso (56 centesimi per azione secondo il consenso) esprime un dividend yield potenziale interessante, già adesso pari al 5,75% circa e che supererebeb il 6,10% se il titolo ridiscendesse verso i 9,15 euro per azione.

In caso di rimbalzo, le prime resistenze sono indicate tra i 10,15 e i 10,35 euro (con possibile estensione sino ai 10,4 euro), ossia tra il 5% e il 7% circa sopra i livelli correnti. Crisi di governo e allargamento degli spread permettendo, Unicredit, che al momento tratta circa 5,2 volte gli utili attesi per l’esercizio in corso, sembrerebbe dunque una scommessa interessante per chi volesse puntare sulla ristrutturazione del settore bancario italiano approfittando di valutazioni non eccessivamente “tirate”.

A cura di Luca Spoldi, Cefa, 6 In Rete Consulting Ceo (www.6inrete.it)

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