Wall Street come Forrest Gump: tanto vale continuare a correre

A cura di Aqa Capital

Forrest Gump: «Corsi attraverso tutta l’Alabama, e non so perché continuai ad andare. Corsi fino all’oceano e, una volta lì mi dissi: visto che sono arrivato fino a qui tanto vale girarmi e continuare a correre. Quando arrivai a un altro oceano, mi dissi: visto che sono arrivato fino a qui, tanto vale girarmi di nuovo e continuare a correre».

Citazione tratta da Forrest Gump, film del 1994 di Robert Zemeckis

La data da cerchiare in rosso è giovedì 11 luglio 2019. Perché quel giorno il Dow Jones ha deciso, come Forrest Gump, di correre fino all’oceano, voltarsi e continuare a correre fino a superare per la prima volta nella storia quota 27.000. A mettere di buon umore gli investitori è stata l’audizione al Congresso degli Stati Uniti del presidente della Federal Reserve. Jerome Powell ha infatti ribadito che la Banca centrale è pronta per sostenere la crescita economica, minacciata da circostanze negative. Il numero uno della Fed ha quindi aperto alla possibilità di un taglio dei tassi di interesse, già forse nella riunione di fine mese. E l’ottimismo non è stato scalfito dalla pubblicazione del tasso d’inflazione americano, la cui componente core ha registrato un aumento sui massimi da un anno e mezzo a giugno (+0,3% su base mensile e +2,1% anno su anno), dovuto in particolare ai forti guadagni del settore dei beni e servizi. Se invece consideriamo l’indice generale dei prezzi, il dato si attesta a +0,1% a giugno rispetto maggio, mentre la crescita su base annua è pari all’1,6%. La variazione congiunturale ha superato di poco il consenso degli economisti, che avevano stimato un valore invariato. L’incremento, comunque, non dovrebbe influire sull’aspettativa di un taglio dei tassi a fine luglio da parte della Federal Reserve. Ma anche le parole del presidente americano, Donald Trump, hanno contribuito alla corsa dei mercati: «Abbiamo qualcuno che ama alzare i tassi», ha affermato l’inquilino della Casa Bianca (il riferimento era diretto a Jerome Powell), ma «ora credo che la situazione potrebbe cambiare. Vedremo».

Dal punto di vista macroeconomico, le richieste della settimana scorsa di sussidi di disoccupazione negli States (dato destagionalizzato) sono diminuite di 13 mila unità a quota 209 mila (contro le stime di 224 mila unità degli economisti contattati dal Wall Street Journal); si tratta dei livelli minimi da tre mesi. Il numero della settimana precedente, invece, è stato rivisto al rialzo di mille unità, da 221mila a 222mila.

Nuovi dati arrivano anche dalla Cina, che chiude il secondo trimestre del 2019 con un Pil in rialzo del 6,2% su base annua, il ritmo più lento degli ultimi 27 anni ma in linea con le aspettative dei mercati. Il dato sconta la debolezza dell’economia globale e della guerra commerciale con gli Stati Uniti. Su base congiunturale la crescita è pari all’1,6%, oltre il +1,4% del primo trimestre e del +1,5% previsto. Nel Paese asiatico, a correre come Forrest Gump sono gli investimenti fissi: durante il primo semestre sono aumentati anno su anno del 5,8% a 29.910 miliardi di yuan (4.355 miliardi di dollari), oltre le attese (+5,6%). Relativamente allo scontro con gli Usa sui dazi, gli operatori sperano in ulteriori passi in avanti dopo la tregua siglata tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping a margine del G20 di Osaka (Giappone). Ma ci sono ancora diverse incognite e non bisogna dare nulla per scontato.

Passando all’Europa i mercati hanno accolto con favore i verbali della Bce, dai quali è emerso che la Banca centrale prenderà in considerazione l’iniezione di nuovi stimoli nell’economia della zona euro nel breve termine. Perché questo indirizzo? Le ragioni vanno trovate nella debolezza dell’inflazione e nelle crescenti incertezze a livello globale. I banchieri, quindi, si stanno preparando per sostenere l’economia del Vecchio Continente tagliando i tassi di interesse o riavviando il quantitative easing. Per l’Europa ci sono novità anche dal fronte Brexit, perché i laburisti hanno preso una posizione chiara dopo mesi di indugi: Jeremy Corbyn ha annunciato che il partito chiederà un secondo referendum su qualsiasi eventuale accordo di uscita dall’Ue sostenuto dal partito conservatore e anche in caso di no deal, potenzialmente rovinosa per l’economia britannica. E non finisce qui: se si arrivasse a una seconda consultazione popolare sulla Brexit, i laburisti faranno campagna per restare in Ue.

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